Stellantis respira col "bancomat" Usa, ma l'Europa è una zavorra

Stellantis respira col "bancomat" Usa, ma l'Europa è una zavorra
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Il gruppo torna all'utile nel secondo trimestre 2026 (300 milioni di euro) mettendosi alle spalle il disastroso 2025. Ma se il Nord America vola con ricavi a +32%, il Vecchio Continente brucia margini e resta in rosso. E all'orizzonte pesa l'incognita dei dazi miliardari.
31 luglio 2026

C'è un'inversione di tendenza nei conti di Stellantis, ma guai a chiamarlo trionfo. I risultati del secondo trimestre 2026, i primi a portare pienamente la firma della nuova era guidata dal CEO Antonio Filosa, mostrano un'azienda a due velocità, divisa tra la resurrezione americana e il pantano europeo.

I numeri crudi parlano di un fatturato netto salito a 43,5 miliardi di euro (+13%) e, soprattutto, del ritorno all'utile netto per 300 milioni di euro. Un dato che permette al management di tirare un sospiro di sollievo, specialmente se paragonato all'emorragia dello stesso periodo del 2025, quando il gruppo registrò un drammatico "rosso" di quasi 1,9 miliardi.

Tuttavia, scavando tra le pieghe del bilancio e leggendo le dinamiche del piano strategico FaSTLAne 2030, emerge il ritratto di un colosso automobilistico costretto a fare i conti con i pesanti strascichi della transizione ecologica e con un mercato interno che non risponde più come un tempo.

Il Nord America salva i conti (nonostante i ritardi)

Se oggi Stellantis può confermare la propria guidance per il 2026 (che prevede una crescita a singola cifra dei ricavi e margini operativi positivi), lo deve quasi esclusivamente a quello che storicamente è il suo "bancomat": il mercato nordamericano.

Mentre l'industria automobilistica statunitense arranca (-0,3% nel trimestre), Stellantis ha messo a segno una crescita delle vendite del 6%, raggiungendo il 7,4% di quota di mercato. A spingere i numeri (e a far schizzare i ricavi regionali del 32% a oltre 18 miliardi di euro) non sono i modelli a spina, ma le inossidabili ammiraglie a motore termico e i grandi SUV: dal Ram 1500 V8 alla Jeep Grand Wagoneer (+43%), fino alla Chrysler Pacifica. Un successo commerciale che ha generato margini positivi (1,6%), tamponando persino i pesanti costi legati alle recenti - e spinose - campagne di richiamo e all'inflazione sulle materie prime.

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Il "malato europeo" e il paradosso di Leapmotor

Il vero campanello d'allarme suona in quella che dovrebbe essere la culla del gruppo: l'Europa Allargata. Qui la situazione è stagnante. I ricavi sono rimasti "piatti" (16,4 miliardi) e il margine operativo è scivolato in territorio negativo (-0,6%), bruciando 94 milioni di euro nel trimestre.

Come si spiega questo affanno nel Vecchio Continente, al netto dei tagli al personale e delle ristrutturazioni degli impianti già messe a bilancio negli scorsi mesi? Il portafoglio soffre la guerra dei prezzi e le incertezze della transizione. L'azienda sta cercando di difendere la quota di mercato (ferma al 16%) giocando in difesa: non è un caso che il documento finanziario citi esplicitamente il lancio della Fiat Grande Panda in versione ICE (con motore a combustione interna), un segnale inequivocabile di come il mercato richieda ancora vetture tradizionali ed economiche, snobbando la corsa esclusiva all'elettrico puro.

E poi c'è l'elefante nella stanza: la joint venture con la cinese Leapmotor. Se da un lato il brand asiatico vede le vendite sestuplicate in Europa (grazie alla spinta della rete Stellantis), dall'altro evidenzia il paradosso di un'azienda storica costretta ad appoggiarsi a un marchio di importazione per essere competitiva nei volumi di fascia bassa.

"Abbiamo migliorato le performance in tutti i nostri principali parametri finanziari. Con l'implementazione della nostra strategia FaSTLAne 2030 ben avviata e i nuovi lanci di quest'anno puntuali, restiamo fiduciosi."

Antonio Filosa, CEO di Stellantis

Le parole di Antonio Filosa puntano a rassicurare i mercati, appoggiandosi a un flusso di cassa industriale finalmente tornato positivo per 1 miliardo di euro (un deciso passo avanti rispetto alle emorragie di cassa del recente passato).

Tuttavia, le incognite restano pesanti. L'azienda ha ammesso che i dazi internazionali costeranno al gruppo un impatto negativo netto stimato tra 1,0 e 1,2 miliardi di euro entro la fine dell'anno, di cui una parte legata alla complessa normativa americana IEEPA. E con un secondo semestre le cui speranze di redditività sono state spostate quasi interamente sul quarto trimestre (per via degli attesi stop produttivi estivi), la strada per stabilizzare definitivamente la rotta tracciata dalla nuova dirigenza appare ancora lunga.

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