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Nove anni in Formula 1 corrispondono a un’era geologica. Quando il circus ha salutato l’asfalto di Sepang il primo ottobre del 2017, la sensazione condivisa era quella di chiudere un capitolo importante del motorsport moderno, senza sapere se e quando vi si sarebbe più fatto ritorno. Oggi il tracciato malese riapre a sorpresa i propri cancelli per raccogliere l'eredità della tappa di Sakhir, in un riassetto di calendario dettato da note ragioni geopolitiche. Un rientro d'emergenza che ha però il sapore dolce e malinconico del cortocircuito temporale, riportando le monoposto tra i curvoni veloci e l'umidità asfissiante di Kuala Lumpur a quasi un decennio di distanza dall'ultima volta.
Nel 2017 la Formula 1 stava vivendo una vera e propria rivoluzione sistemica. Il passaggio di consegne al vertice del circus, con il colosso statunitense Liberty Media subentrato a Bernie Ecclestone per un'operazione da oltre quattro miliardi di dollari, aveva inaugurato una nuova filosofia fatta di apertura digitale, investimenti sui social media e orientamento alle nuove generazioni. In pista, quel cambio di passo coincideva con una radicale trasformazione regolamentare: gomme più larghe del venticinque per cento e un vistoso incremento del carico aerodinamico avevano reso le vetture vettori brutali, muscolosi e visivamente aggressivi, capaci di polverizzare i record sul giro ma al contempo estremamente probanti sul piano fisico.
È in quell'atmosfera di profondo rinnovamento che si consumò il dramma sportivo del mondiale, caratterizzato dall'entusiasmante duello testa a testa tra la Mercedes di Lewis Hamilton e la Ferrari di Sebastian Vettel. Un campionato rimasto in perfetto equilibrio fino alla trasferta asiatico-malese, dove le crepe nell'affidabilità della power unit di Maranello e la sciagurata carambola al via di Singapore finirono per spalancare a Hamilton la strada verso il suo quarto titolo iridato, lasciando la Malesia nel ruolo di giudice supremo della stagione.
A trionfare in quell'ultima domenica sul circuito di Sepang fu Max Verstappen a bordo della sua Red Bull, capace di cogliere il secondo successo in carriera all'indomani del proprio ventesimo compleanno. Ma oltre all'olandese, che in Malesia muoveva i primi passi da cannibale, la griglia del 2017 racchiudeva nei propri box le radici della Formula 1 che conosciamo oggi. Nelle prime prove libere del venerdì mattina, a prendere il volante della Sauber di Marcus Ericsson fu un altro giovanissimo talento destinato a segnare la storia recente del motorsport: Charles Leclerc. Per il monegasco, fresco di dominio schiacciante in Formula 2 e al rientro in una sessione ufficiale dopo quasi un anno di assenza, quella comparsata sul tracciato malese fu l'assaggio propedeutico del grande salto che lo avrebbe poi condotto ai vertici di Maranello.
Se la presenza di Leclerc rappresentava una promessa ancora da mantenere, quella stessa edizione del Gran Premio segnò l'esordio assoluto in gara per Pierre Gasly. Il pilota francese venne infatti gettato nella mischia dalla Scuderia Toro Rosso per rilevare il sedile di Daniil Kvyat, trovandosi ad affiancare in squadra Carlos Sainz. Lo spagnolo viveva allora le ultime battute del suo periodo di formazione all'interno del programma Red Bull prima del passaggio in Renault, ignaro dei complessi percorsi di carriera che lo avrebbero portato a vestire la tuta rossa e ad affermarsi tra i protagonisti assoluti della categoria.
Scorrendo i nomi di chi su quel tracciato ha già gareggiato, le dinamiche di squadra di allora offrono corsi e ricorsi storici ricchi di significato. Lewis Hamilton e Valtteri Bottas formavano la solida coppia d'attacco di una Mercedes cannibale, con il britannico all'apice della forma e il finlandese impegnato a difendere il ruolo di seconda guida a Brackley. Poco più indietro nella pancia del gruppo, la scuderia Force India schierava la sua iconica livrea rosa affidata alle mani di Sergio Pérez ed Esteban Ocon. I due diedero vita a una convivenza interna al limite dell'esasperazione, segnata da un'accesa rivalità e da contatti ravvicinati in pista che la gestione del team faticò non poco a contenere. Mentre, un giovanissimo Lance Stroll affrontava la sua prima stagione iridata tra i ranghi della Williams Martini Racing, forte di un podio a Baku conquistato pochi mesi prima che ne aveva attestato la presenza nella massima formula.
A completare la pattuglia dei reduci di Sepang figurano due figure emblematiche dell'automobilismo moderno come Nico Hülkenberg e Fernando Alonso. Il tedesco si trovava a guidare il progetto di rilancio del Renault F1 Team, mettendosi in luce per continuità e solidità di rendimento. Lo spagnolo stava invece attraversando una delle fasi più complesse e frustranti della propria parabola agonistica, prigioniero delle carenze strutturali e dell'inaffidabilità del propulsore Honda montato sulla sua McLaren. La stravagante ironia del destino ha fatto sì che, quasi dieci anni più tardi, Alonso si ritrovi oggi al centro del progetto Aston Martin, legato da un rinnovato patto d'acciaio proprio con la casa costruttrice giapponese per la fornitura dei motori.
Ritornare a percorrere i rettilinei e i curvoni veloci di Sepang significa molto più che disputare un Gran Premio recuperato per necessità di calendario. È un'operazione di archeologia sportiva che mette di fronte la Formula 1 al proprio specchio riflesso. Quel tracciato che nel 2017 ha battuto a macchina la fine dell'era Ecclestone, assistito all'esordio di una nuova generazione di fenomeni e consacrato la certezza di Max Verstappen, oggi accoglie piloti maturi, campioni del mondo e leader carismatici. Tra le pieghe di quell'asfalto tropicale si chiude così un cerchio lungo nove anni: la dimostrazione vivente di come il tempo trasformi le scommesse del passato nei padroni assoluti del presente.