Per inviarci segnalazioni, foto e video puoi contattarci su info@moto.it
Madido di champagne, con lo sguardo stranito di chi non si era ancora reso conto di che cosa fosse appena riuscito a fare e ancora la tuta Mercedes indosso, Andrea Kimi Antonelli si è sciolto in un abbraccio con noi giornalisti italiani presenti a Shanghai per il Gran Premio di Cina 2026 di Formula 1. L’abbiamo visto sbocciare con il passare delle gare, togliendosi gli impicci dell’inesperienza per esprimere il potenziale sublimato con la prima vittoria in carriera, che segna l’inizio di un nuovo capitolo della sua storia.
L’aria era carica dell’elettricità di un pre-gara speciale in pitlane, a pochi minuti dal momento in cui Kimi avrebbe preso la via dello schieramento per posizionarsi sulla prima casella, conquistata con fierezza il giorno precedente. Dietro gli automatismi ripetuti decine, forse anche centinaia di volte in carriera si nascondeva un briciolo di tensione. L’abbiamo letta sul volto di Antonelli dopo un breve colloquio con il suo ingegnere di pista, Peter Bonnington, e prima che suo padre, Marco, lo raggiungesse per avvolgerlo in un abbraccio carico di significato.
Kimi guardava intensamente la sua Mercedes W17, la monoposto che non solo avrebbe potuto sbloccare la sua prima vittoria in carriera, ma che potrebbe consentirgli ben altro. Ma il primo passo, nella vita come nello sport, è sempre il più difficile. È stato solo un lampo di concentrazione prima di mettersi il casco in testa e portarsi in griglia. Il carico di tensione maggiore, però, lo aveva papà Marco, la cui compostezza tradiva una certa agitazione. Come poteva essere altrimenti?
Chissà quante volte l’avevano sognata, questa agognata prima vittoria in F1, quando il Circus era solo un obiettivo lontano e Kimi era il bambino di 11 anni che Toto Wolff vede ancora oggi quando se lo ritrova davanti. Non deve essere stato facile per Marco Antonelli - figura presente e protettiva nella vita di un figlio ancora adolescente, ma già protagonista in Formula 1 – assistere a una gara così carica di significato, la prima di tante nella carriera di un pilota destinato a grandi cose.
Aspettava trepidante il figlio sulla griglia papà Antonelli, camminando su e giù per la prima fila, fino a quando non ha visto arrivare la W17 di Kimi. Poi l’inno, lo schieramento che si svuota, la partenza in cui Kimi ha anteposto la ragione al sentimento, marcando il suo vero avversario, il compagno di squadra George Russell. Si sarebbe rivelato lo scacco matto di Kimi per la vittoria, visto che Russell si sarebbe ritrovato prigioniero alle spalle dei terribili ragazzi Ferrari per un tempo sufficiente a impedirgli la zampata finale.
Il brivido sul finale - quel bloccaggio per cui, ha ammesso in mondovisione con il candore che solo un diciannovenne potrebbe avere, se l’è fatta addosso - ha indotto Kimi alla prudenza. Fosse per lui, spingerebbe sempre come un matto, sfogando quell’istinto per la velocità che non si può imparare, innato com’è nell’indole di chi è capace di portare al limite la propria monoposto. Ma nella F1 di oggi tocca andare di testa e non di piede, così come ha fatto Antonelli involandosi verso una prima vittoria che ha commosso tutti.
Una volta arrivata la bandiera a scacchi, i colleghi stranieri si sono congratulati con noi con genuino entusiasmo. Non solo perché consapevoli che un italiano non vinceva in F1 da vent’anni, ma anche perché Kimi è stato capace di farsi voler bene da tutti. Se dovessimo usare una parola per definirlo, sceglieremmo generoso. Con le parole, con il suo tempo, con i gesti. Incarna perfettamente l’accogliente terra in cui è nato, Kimi. Quell’Emilia-Romagna che oggi può festeggiare un figlio destinato a lasciare il segno.
Viene da sperare che questa indole Antonelli non la perda mai, che non venga indurito dalla vita. Ma come ha sottolineato Toto Wolff nel tradizionale incontro con la stampa post GP, deve saperla dosare come la velocità in pista, per incanalare l’energia nel modo giusto. Wolff ha avuto da dire qualcosa anche a noi giornalisti italiani, indicandoci nel mucchio per ricordarci di evitare sensazionalismi su Antonelli. Non ha tutti i torti. Lo sappiamo come funziona: basta un nonnulla per passare dall’essere un eroe a essere un fallimento nel percepito della stampa.
Anche la luce più brillante ha un cono d’ombra. Kimi sbaglierà, inciamperà nel percorso verso l’obiettivo principe, la vittoria del mondiale. Dovrà confrontarsi con un compagno di squadra, George Russell, che è astuto, efferato, maturo. Perfetto per la F1 cervellotica di oggi. Ma da un avversario così si può anche imparare moltissimo. Lo ha riconosciuto lo stesso Kimi. Che, peraltro, gode anche della stima dei suoi colleghi. A cominciare da Max Verstappen, che alla media pen dopo un weekend di gara fatto della stessa materia degli incubi si è preso il tempo per elogiare un pilota che sente vicino, per percorso e talento.
Ma anche Lewis Hamilton, l’uomo che ha sostituito in Mercedes, è protettivo, quasi paterno nei suoi confronti. Quello di Shanghai è un podio carico di significato. Ha unito il passato, il presente e il futuro della scuderia di Brackley, con Bono a fare da trait d’union tra il pilota che ha vinto tutto e colui che vorrebbe fare lo stesso. Dopo la conferenza stampa, Rosa Herrero Venegas, l’addetta ufficio stampa di Kimi che per tantissimi anni ha lavorato con Lewis, ha voluto farsi una foto con i suoi due ragazzi. Così diversi, ma in fondo così simili.
Erano passate quasi tre ore dalla fine della gara quando siamo stati convocati in Mercedes per una chiacchiera con Kimi. Siamo stati diretti verso l’ufficio di Toto Wolff nell’hospitality degli ingegneri. Kimi si è seduto al posto del big boss, il mentore cui deve tutto, per raccontarci l’emozione di una giornata indimenticabile, le speranze per una stagione che potrebbe cambiargli la vita. Ha ancora tutto l’entusiasmo dei suoi diciannove anni, questo ragazzo così speciale. Ci ha fermato prima che ce ne andassimo per una foto di rito. Poi la porta dell’ufficio di Toto si è chiusa, proteggendo la conversazione tra Kimi e papà Marco. Chissà cosa si sono detti, al termine di una giornata al sapore di champagne e lacrime di gioia.