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Quando il numero uno di Wolfsburg decide di metterci la faccia, significa che il momento è davvero delicato. Oliver Blume, CEO del Gruppo Volkswagen, ha diffuso un videomessaggio ufficiale per rispondere alle voci sempre più insistenti sulla crisi dell'industria automobilistica tedesca. E lo ha fatto con un discorso che alterna orgoglio, realismo e un annuncio pesante: la trasformazione del colosso entra in una nuova fase.
Il messaggio di Blume parte da una dichiarazione d'amore verso il proprio Paese. La Germania, dice, "è la nostra casa e resta il polo industriale centrale per il Gruppo Volkswagen". Base industriale eccellente, competenze ingegneristiche di prim'ordine, integrazione stretta tra ricerca, sviluppo e produzione: gli ingredienti ci sono tutti.
Poi arriva il ma, ed è un ma che pesa come un macigno. Nella competizione globale, tutto questo "da solo non basta più". I costi più alti del sistema tedesco, spiega il CEO, possono essere compensati solo con più produttività, più efficienza e più capacità di innovare. Ma serve anche altro: prezzi dell'energia competitivi, strutture di costo adeguate, una politica tecnologica focalizzata e incentivi affidabili. Una richiesta esplicita alla politica di Berlino, nemmeno troppo velata.
Il CEO non si presenta però nei panni del penitente. Anzi, rivendica tre anni di riorganizzazione profonda con "tutti gli obiettivi raggiunti, nonostante venti contrari massicci, in parte più velocemente del previsto". E snocciola i numeri: Volkswagen è oggi chiaro leader di mercato in Europa, è tra i primi tre costruttori nell'agguerritissimo mercato cinese e in Sudamerica sta vivendo la stagione migliore degli ultimi dieci anni. Anche sul piano finanziario, assicura, il Gruppo è stabile rispetto alla concorrenza.
Il quadro esterno, però, si è deteriorato. Negli ultimi dodici mesi, ammette Blume, la situazione mondiale si è ulteriormente inasprita: tensioni geopolitiche, costi in aumento anche per effetto dei dazi, regolamentazione crescente e una concorrenza globale sempre più aggressiva stanno mettendo sotto pressione l'intero settore.
Da qui la mossa annunciata nel videomessaggio: il Piano Futuro, il piano per il futuro con cui il Gruppo apre la fase successiva della propria trasformazione. L'obiettivo dichiarato è rendere Volkswagen "più veloce, più robusta e più competitiva".
La ricetta tocca ogni angolo dell'impero di Wolfsburg: riduzione della complessità, focalizzazione delle tecnologie, sviluppo e produzione sempre più regionalizzati nei singoli mercati, taglio delle sovracapacità produttive, snellimento del portafoglio di partecipazioni e delle strutture interne. Tradotto: meno duplicazioni, meno stabilimenti sottoutilizzati, più sinergie tra i marchi del Gruppo, da Audi a Porsche, da Škoda a SEAT.
La chiusura del discorso è quella che resta più impressa. "I prossimi anni decideranno chi giocherà un ruolo di primo piano nell'industria automobilistica del futuro", afferma Blume. Il destino, aggiunge, "è nelle nostre mani": marchi forti, prodotti iconici, una strategia chiara e un team di prim'ordine.
Parole che suonano come una chiamata alle armi, in un momento in cui la pressione dei costruttori cinesi, la transizione elettrica e le incognite commerciali con gli Stati Uniti stanno ridisegnando gli equilibri del settore. Wolfsburg ha scelto di non subire la tempesta, ma di cavalcarla. Se lo Zukunftsplan funzionerà, lo diranno i bilanci dei prossimi anni. Di certo, da oggi, nessuno potrà dire che Volkswagen non abbia messo le carte in tavola.
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