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In un’epoca in cui lo sport non è più soltanto competizione ma anche contenuto, storytelling e piattaforma digitale, ogni campionato è chiamato a reinventarsi. La ricerca di nuovo pubblico è diventata una priorità strategica. Anche la Formula E ha deciso di percorrere questa strada, lanciando le cosiddette “EVO Session”: eventi promozionali in cui influencer e personaggi dello spettacolo scendono in pista a bordo delle monoposto elettriche del campionato.
Tra i nomi coinvolti anche Khaby Lame e Izzy Hammond, figlia del celebre volto di Top Gear Richard Hammond, e tanti altri. Un’operazione studiata per amplificare la visibilità della serie e intercettare community lontane dal motorsport tradizionale. Ma dietro l’apparente modernità dell’iniziativa si nasconde un interrogativo più profondo: nel tentativo di allargare il pubblico, si sta rischiando di svuotare di significato il valore sportivo della categoria?
Le EVO Session sono eventi ufficiali organizzati dalla Formula E con un obiettivo dichiarato: trasformare la monoposto elettrica in uno strumento narrativo e mediatico. Il format prevede il coinvolgimento di influencer, content creator e volti noti dello spettacolo, inseriti in un percorso strutturato che comprende briefing tecnici, sessioni al simulatore, introduzione alla gestione dell’energia e una preparazione fisica di base, fino alla guida effettiva della vettura in pista.
Non si tratta di semplici taxi ride. L’esperienza viene costruita come un racconto immersivo, documentato sui social e pensato per generare contenuti condivisibili: video, vlog, backstage, reaction. In altre parole, marketing esperienziale ad alto impatto digitale. La logica è coerente con il DNA urbano e contemporaneo della Formula E: gare cittadine, forte presenza social, attenzione alla sostenibilità e alla comunicazione diretta. Ma proprio per questo la scelta assume un peso simbolico rilevante. Perché qui non si parla di un evento collaterale: si parla di mettere mani e casco su una monoposto da competizione.
Il motorsport è, prima di tutto, selezione. Un pilota professionista non arriva in Formula E per caso. Dietro c’è un percorso che inizia da bambino nel karting, prosegue attraverso categorie sempre più competitive, passa per investimenti economici enormi e richiede una preparazione fisica e mentale di altissimo livello. Le monoposto della Formula E non sono vetture “semplici”: richiedono gestione strategica dell’energia, precisione millimetrica in contesti cittadini stretti e spesso sconnessi, adattamento continuo alle fasi di gara e agli attivatori come l’Attack Mode. La componente mentale è determinante tanto quanto quella atletica.
In questo contesto, mettere al volante persone che non hanno affrontato questo percorso rischia di generare una percezione distorta: quella di uno sport accessibile, quasi replicabile, più vicino a un’esperienza premium che a una disciplina d’élite. Il messaggio implicito può essere pericoloso: se può farlo un influencer, allora forse non è così complesso. E l’episodio che ha coinvolto Izzy Hammond, finita contro le barriere durante la sua esperienza, è una dimostrazione concreta di quanto guidare una monoposto sia complicato e potenzialmente pericoloso. Non è un set cinematografico. Non è un contenuto da reel. È motorsport.
La questione non è elitismo. Non si tratta di chiudere il paddock o difendere una torre d’avorio. Il punto è il rispetto per il mestiere del pilota. Ogni atleta del motorsport costruisce la propria carriera su anni di sacrifici personali, allenamenti, rinunce e pressione costante. La preparazione fisica nel motorsport moderno è comparabile a quella di discipline tradizionali: resistenza al caldo, carichi laterali, tempi di reazione, gestione dello stress.
Ridurre tutto questo a un format narrativo rischia di banalizzare un percorso che è tutt’altro che improvvisabile. Se la monoposto diventa uno strumento di engagement prima ancora che un mezzo di competizione, la centralità dello sport rischia di passare in secondo piano.
Il paragone con la Formula 1 è inevitabile. Anche il Circus ha investito enormemente nell’intrattenimento e nello storytelling – basti pensare alla docuserie Drive to Survive o ai progetti cinematografici legati al mondo F1 – ma il volante resta un simbolo intoccabile.
La vettura di Formula 1 non viene utilizzata come strumento promozionale per esperienze guidate da celebrità estranee al mondo delle corse. Lo spettacolo si costruisce attorno ai piloti, non sostituendoli. La differenza è sottile ma sostanziale. La Formula E, invece, sembra voler sperimentare un modello più ibrido, dove l’intrattenimento entra fisicamente nell’elemento più sacro dello sport: la macchina.
Dal punto di vista del marketing, l’operazione può funzionare. Le visualizzazioni aumentano, i contenuti circolano, nuovi segmenti di pubblico scoprono il campionato. Ma il vero nodo non sono i numeri nell’immediato. È la percezione nel lungo periodo. Uno sport costruisce la propria autorevolezza sulla difficoltà di accesso, sulla competenza richiesta, sulla meritocrazia. Se quella percezione si indebolisce, recuperarla è complicato. La Formula E è ancora un campionato giovane, impegnato a consolidare la propria identità tecnica e sportiva. In questo momento storico, forse la priorità dovrebbe essere rafforzare la narrativa della complessità, della strategia e del talento, piuttosto che trasformare la monoposto in un palcoscenico.
Allargare il pubblico è un obiettivo legittimo. Ma esistono alternative: raccontare meglio la gestione dell’energia, spiegare in modo accessibile le dinamiche strategiche, valorizzare le personalità dei piloti, mostrare il lavoro degli ingegneri e l’analisi dei dati. Rendere comprensibile la complessità non significa banalizzarla. Le EVO Session possono generare curiosità, ma rischiano di far passare un messaggio ambiguo sul valore del mestiere del pilota. E in uno sport che vive di sacrificio, talento e selezione, l’equilibrio tra show e competizione è delicatissimo. Perché nel motorsport l’autenticità non è un dettaglio. È il fondamento.