"Una volta su cinquanta mi viene il giro magico": Norris spietato sulla McLaren in Messico

'Una volta su cinquanta mi viene il giro magico': Norris spietato sulla McLaren in Messico
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Lando Norris analizza il sesto posto nelle qualifiche del GP del Messico: "La macchina è troppo difficile da guidare, il sesto posto è il massimo. Il giro magico in Q2? Un'illusione".
1 novembre 2026

C'è una sottile crudeltà nella Formula 1 moderna: basta un lampo di genio per rovinare la quiete della rassegnazione. È la parabola vissuta da Lando Norris sul tracciato dell'Autódromo Hermanos Rodríguez, dove le qualifiche del Gran Premio del Messico hanno rispedito la McLaren e il suo talento britannico bruscamente con i piedi per terra. Sesto in griglia, intrappolato tra i limiti strutturali di una MCL40 che a Woking hanno provato a rinfrescare allargando e ridisegnando le feritoie di raffreddamento della power unit per combattere i capricci dell'aria rarefatta di Città del Messico. Ma la fisica, a duemila metri di altitudine, non si aggira con una presa d'aria maggiorata.

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Il weekend era iniziato con una carezza effimera: quel guizzo nelle FP3, a giocarsi la vetta sul filo dei millesimi con Andrea Kimi Antonelli, aveva acceso un interruttore pericoloso. Un’illusione collettiva. Perché quando la pista si è alzata sulla voce pesante della Q3, la monoposto color papaya ha mostrato il suo vero volto: imprevedibile, scorbutica,dannatamente difficile da addomesticare.

Eppure, a fine sessione, Norris non recita il copione della frustrazione cieca. Accetta il verdetto del cronometro con la lucidità disarmante di chi sa di aver estratto l'ennesimo coniglio da un cilindro vuoto. “No, non credo che ci sia sfuggito nulla di mano”,  ha spiegato Norris analizzando la sessione. “Penso che il giro che ho fatto sia stato davvero eccezionale, considerando la vettura che abbiamo. Penso che dimostri, insomma,qual è la situazione di Oscar e le difficoltà che stiamo riscontrando. Quanto sia difficile mettere insieme anche solo un giro pulito con questa macchina, quindi, onestamente, sono piuttosto felice del sesto posto. Non sai mai davvero cosa aspettarti e, dopo aver fatto un buon giro in Q2, sapevo che in Q3 ero fregato, perché la probabilità che io riesca a ripeterlo è impossibile, quindi siamo semplicemente un po' troppo lenti. Ogni tanto riesco a fare un giro magico e tutti si illudono un po', il che non è una buona cosa, perché poi in Q3 arriva la realtà dei fatti”.

Una realtà che rispecchia fedelmente il box di fianco, confermando che il malessere tecnico non fa sconti a nessuno dei due alfieri di Woking. Alla domanda se si tratti della stessa identica tortura vissuta dal compagno di squadra Oscar Piastri nell'interpretare il limite della vettura, la risposta non lascia spazio a interpretazioni di sorta: “È la stessa di Oscar, sì. Semplicemente non siamo abbastanza veloci. La macchina è troppo difficile da guidare. Forse una volta su cinquanta riesco a metterne uno buono e tutti dicono "oh, avete una bella macchina", ma non è vero”.

Guidare un'astronave imperfetta a Città del Messico è un esercizio di equilibrio sul ciglio di un dirupo. Tra i sobbalzi dell'asfalto e una staccata in curva 1 che trasforma ogni frenata in un terno al lotto, il tracciato messicano non concede sconti. “Direi che la frenata è un po' più insidiosa del normale”, racconta il pilota britannico entrando nel dettaglio tecnico delle curve. “La frenata in curva 1 e quella in curva 4, specialmente alla 1 a causa dei dossi. Per il resto no, specialmente sul nuovo asfalto c'è molta più aderenza, quindi dà sensazioni migliori rispetto a metà delle piste in cui gareggiamo”. 

Ma dove affondano i grammi di prestazione persi lungo i 4,304 chilometri del circuito? La risposta non risiede in un singolo errore o in un punto specifico della pista, ma in una emorragia cronica che parte dallo spegnimento dei semafori del primo settore. “In ogni curva. Basta guardare il GPS. Vedrete quanto andiamo male nel primo settore. Dalla curva 1 fino alla fine del giro. Se siamo a due decimi di ritardo già nelle prime tre curve, è impossibile che possiamo anche solo essere vicini per il resto del giro. Penso che l'unica curva in cui vado forte sia la numero 7. Tutto qui”.

C'è poi l'aspetto invisibile, quello che non compare nei fogli dei tempi ma che logora i fine settimana di un pilota di vertice: la tensione psicologica di dover inventare la traiettoria perfetta ogni singolo istante, sapendo che il margine d'errore è pari allo spessore di un foglio di carta. Un contesto in cui la variabile ambientale, come una raffica di vento, può trasformare un capolavoro in un disastro in pochi metri. “Voglio dire, devi solo continuare a provarci, ma non sai mai quando le cose gireranno improvvisamente a tuo favore. Tipo nel mio giro in Q2, ho avuto un vento contrario pazzesco in curva 12 e ho guadagnato un decimo e mezzo solo perché la raffica ha spinto. Il giro dopo cerco di affrontarla alla stessa velocità, perdo il posteriore e perdo un decimo. Quindi mi ritrovo con un delta di due decimi e mezzo rispetto a prima. È semplicemente troppo difficile”.

“Specialmente quando vedo il rendimento degli altri, mi lascia sbalordito il fatto che a volte riusciamo a essere veloci”, conclude con un misto di stupore e amaro cinismo. “Sembra sempre che ci sia un briciolo di speranza, il che è fantastico. Per quanto non sia una bella cosa da un lato, allo stesso tempo è positivo che la velocità possa esserci se in qualche modo le cose si incastrano, ma non sai mai quando accadrà”.

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