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C’è un rumore di fondo che accompagna ogni giovane fenomeno della Formula 1: è il frastuono delle aspettative, dei contratti milionari e delle luci della ribalta. Per Andrea Kimi Antonelli, quel rumore è diventato assordante da quando la Mercedes ha deciso di scommettere tutto su di lui, annunciandolo come titolare a Monza ormai quasi tre anni fa. Ma in questo turbine di velocità e pressione che avvolge il diciannovenne, esiste un punto fermo, un "centro di gravità permanente" – citando Franco Battiato – che ha il volto e la voce di papà Marco.
Non è solo una questione di DNA o di un cognome che nel motorsport italiano è sinonimo di competenza, con la AKM Motorsport attiva nel GT. È un legame che affonda le radici nell'asfalto delle piste di provincia, dove tutto è iniziato. "È stato lui a trasmettermi la passione", racconta Kimi in una ristrettissima round table con giornalisti internazionali, tra cui noi di Automoto.it, con quella sincerità disarmante che lo contraddistingue. "Lui mi portava in pista quando ero piccolissimo. Mi ha insegnato quasi tutto quello che so oggi". Un racconto che richiama da vicino quanto rivelato tempo fa: il dettaglio del padre Marco che lo nascondeva tra i set di gomme per farlo entrare nel paddock quando era ancora un bambino.
Crescendo, il rapporto si è evoluto. Se un tempo Marco era l’istruttore che spiegava come raccordare una curva sui kart, oggi il suo ruolo nel box Mercedes è più sottile, quasi psicologico. Non si parla più solo di traiettorie o punti di staccata. "Ora i suoi consigli non riguardano tanto la guida - spiega il bolognese - ma l'approccio: come muoversi e comportarsi durante un weekend di gara. Mi dà il suo punto di vista, ne discutiamo. Avere al fianco qualcuno come lui, con un'esperienza che supera i miei anni di vita, è un vantaggio enorme".
In un ambiente dove la politica e la tensione possono logorare anche i veterani – "una vasca di squali", l’aveva definita Antonelli poco dopo il debuttò in F1 lo scorso anno – Kimi ha il lusso di potersi guardare alle spalle e trovare una figura di cui fidarsi ciecamente. In un paddock affollato di "consiglieri", Marco Antonelli resta l'unico porto sicuro: "So che posso contare su di lui in ogni occasione. So che ci sarà sempre". Ma c’è un dettaglio, quasi un inciso finale nelle parole di Kimi, che definisce meglio di tutto il resto la dinamica tra i due. In un mondo che corre a trecento all'ora verso il successo, Marco ha un compito fondamentale: funge da freno a mano emotivo. "È la persona che, in ogni occasione, mi tiene con i piedi per terra". È stato proprio il padre a sostenerlo quando i nervi erano tesi, celebrando poi la prima vittoria in Cina con un abbraccio che racchiude perfettamente quanto, in un mondo così stressante, avere un punto fermo sia il vero segreto della velocità.