"Senna voleva la Ferrari nel '94 a ogni costo ma...": Jean Todt svela la notte di Monza e il "gran rifiuto" che ha cambiato la storia

"Senna voleva la Ferrari nel '94 a ogni costo ma...": Jean Todt svela la notte di Monza e il "gran rifiuto" che ha cambiato la storia
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Jean Todt racconta la notte in cui Ayrton Senna chiese la Ferrari e ricevette un "no" per motivi di etica. "I contratti non contano", disse Ayrton, ma Todt scelse la parola data e aprì l'era Schumacher
13 aprile 2026

Nella storia della Formula 1 esistono bivi che hanno cambiato per sempre il destino di uomini e scuderie. Uno dei più profondi, e finora rimasto in parte nell'ombra, riguarda la notte in cui Ayrton Senna fu a un passo dal vestire la tuta rossa. Jean Todt, ai microfoni del podcast High Performance, ha rimosso i filtri a quel settembre del 1993 a Monza, rivelando un retroscena che ridisegna i contorni dell'epopea di Maranello. Non fu una mancanza di volontà, né un problema di budget: fu una questione di etica, di "parola data" e di una visione manageriale che non ammetteva strappi.

Foto copertina: ANSA

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Tutto accadde in una stanza di Villa d’Este. Senna, che vedeva la sua McLaren ormai superata dalla tecnologia della Williams, cercò Todt con la determinazione feroce del fuoriclasse che non accetta di non vincere. "Ayrton voleva guidare per la Ferrari. C'erano stati dei contatti anche prima del mio arrivo, ma con me a capo del team la discussione vera ci fu nel settembre del '93", ha svelato Todt. "Passammo parte della notte insieme per parlare del suo arrivo in Ferrari. Lui voleva venire, ma voleva venire nel 1994".

Eppure, l'urgenza di Ayrton trovò la coerenza di Jean Todt come ostacolo insormontabile. La Ferrari aveva già blindato Jean Alesi e Gerhard Berger, e Todt fu brutale nella sua onestà tecnica: "In quel momento stavamo ancora ricostruendo la squadra. Gli dissi che per il '94 non saremmo stati ancora pronti". Il brasiliano provò a forzare la mano con una frase rimasta scolpita nella memoria del manager: "Lui mi rispose: 'Jean, i contratti in Formula 1 non sono importanti'. Io gli risposi che per me un contratto è importante". In questo scontro di filosofie si consumò il divorzio preventivo: "Lui voleva venire nel '94 a guidare la Ferrari, ma io lo volevo per il 1995. È per questo che poi è andato alla Williams". Il destino spinse Ayrton verso la tragedia di Imola, lasciando quel matrimonio come il più grande "Sliding Door" del motorsport.

Quel rifiuto etico aprì paradossalmente la strada all'era di Michael Schumacher, l'uomo che Todt avrebbe poi protetto come un figlio. Il manager francese ha smontato pezzo dopo pezzo l’immagine del "Kaiser" algido costruita dai media: "Le persone che hanno l'idea che Michael Schumacher fosse eccessivamente sicuro di sé, si sbagliano completamente. Michael è un tipo timido e generoso, e nascondeva la sua timidezza sembrando arrogante". Schumacher era un uomo che conviveva con il dubbio, una caratteristica che Todt definisce la sua vera forza interiore.

Un aneddoto descrive perfettamente questa insicurezza cronica che alimentava la sua perfezione: Schumacher, già pluricampione del mondo, prima di iniziare una nuova stagione, chiese al suo boss: "Potresti darmi mezza giornata per fare dei test a Fiorano e assicurarmi di essere ancora bravo?". Todt ha riflettuto su questo momento con ammirazione: "Penso che sia una grande forza non essere sicuri di essere bravi. Eravamo sempre spaventati dall'idea di non essere abbastanza bravi". Era questa ossessione condivisa a muovere la Ferrari. Una tensione costante che non permetteva alla squadra di godersi i successi: "Il godimento per una vittoria durava tra il podio e il lunedì mattina. Dopo era già dimenticato. Il successo non è mai scontato, non durerà se non ti sforzi per rifarlo".

ANSA

Todt non si è sottratto nemmeno ai capitoli più oscuri, come la gestione degli errori di Michael, tra cui il contatto deliberato con Villeneuve a Jerez nel '97. "Michael ha commesso un errore, lo ha fatto apposta ma lo ha fatto male. In quell'occasione serviva supporto, è stato un brutto gesto, ma necessario da comprendere sotto il profilo dell'emozione". La sua era una gestione basata sulla "maniacalità per i dettagli", dal controllo dei mozziconi di sigaretta per terra in fabbrica ("Se le persone accettano di vedere una sigaretta bruciata sul pavimento, non funziona") alla gestione feroce degli ordini di scuderia, come in Austria nel 2002. "Essere un team leader significa anche essere un pompiere. Se c'è un incendio, devi spegnerlo, non alimentarlo". Oggi, Jean Todt guarda a quegli anni con la serenità di chi ha restituito le chiavi sapendo di aver lasciato il segno: "Il mio asset è la mia credibilità e la mia integrità. Questo per me è l'importante".

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