"Senza ala posteriore e con i freni a fuoco": Villeneuve e Hill confessano la follia (perduta) della F1 di un tempo

"Senza ala posteriore e con i freni a fuoco": Villeneuve e Hill confessano la follia (perduta) della F1 di un tempo
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Jacques Villeneuve e Damon Hill a muso duro contro la F1 dei simulatori: "Oggi decidono gli ingegneri, noi correvamo senza ali e con i freni in fiamme". Dalle liti per il cibo ai setup estremi, il racconto di un’epoca in cui il coraggio contava più della gestione dell'energia
13 aprile 2026

Non è un caso che il destino li abbia fatti ritrovare dopo il Gran Premio di Suzuka. Fu qui, nel 1996, che Damon Hill coronò il sogno di una vita diventando Campione del Mondo, proprio mentre il suo compagno-rivale, il "rookie" d'assalto Jacques Villeneuve, vedeva una ruota della sua Williams superarlo in pieno rettilineo. Oggi, nel podcast della squadra di Grove, i due ex nemici-amici hanno riaperto lo scrigno dei ricordi, scagliando una frecciata neanche troppo velata a una Formula 1 moderna che sembra aver smarrito il brivido dell'imprevisto e dell'audacia pura in favore della perfezione asettica della gestione dell'energia.

Foto copertina: ANSA

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Dalle parole dei due campioni emerge il ritratto di uno sport che ha barattato l'istinto con la precisione chirurgica dei software. Hill è netto nel sottolineare come il ruolo del pilota sia stato progressivamente depotenziato: "Oggi ho l'impressione che siano gli ingegneri a dettare ogni singola mossa sul setup. Ai nostri tempi, facevamo qualunque cosa volessimo. Non avevamo simulatori, andavamo in pista e testavamo come maniaci. Non c’erano budget cap, né limiti, e le regole erano così aperte che potevi inventarti quasi tutto". È il rimpianto per una libertà tecnica che oggi, tra parchi chiusi e restrizioni di spesa, appare come un miraggio lontano.

Villeneuve, che di quella F1 "selvaggia" è stato l'ultimo vero interprete, rincara la dose ricordando esperimenti che oggi farebbero inorridire qualunque responsabile della sicurezza: "A Monza provammo a girare senza ala posteriore. Guadagnammo velocità, ma i freni andavano a fuoco perché mancava l’effetto paracadute della deportanza e la macchina era instabile. Eppure, ci lasciavano provare idee folli". Una diversità che oggi è quasi del tutto livellata dai dati, che impongono una linea ideale a discapito della sensibilità individuale. "Eravamo due team separati dentro la stessa squadra", aggiunge Jacques. "Io non riuscivo a guidare il suo setup e lui il mio. È molto più difficile combattere contro il proprio compagno perché hai la stessa macchina, ma devi comunque batterlo. È una questione personale: con un pilota di un altro team, come Michael [Schumacher], sapevi che potevi essere cattivo, con il tuo compagno no". 

ANSA

Anche la preparazione stessa appartiene a un altro pianeta. Hill e Villeneuve non erano prodotti da laboratorio cresciuti a pane e kart: "Siamo arrivati alle ruote scoperte per vie traverse: tu dalle moto, io dallo sci", spiega Jacques. "Questo ci ha dato una mente aperta e una capacità di percepire i movimenti della macchina che oggi si sta perdendo". Hill concorda: "Sulla moto ti muovi costantemente, hai una visione periferica diversa. Sono tutti sport di pura velocità". Persino i rapporti umani avevano un sapore diverso, tra battaglie psicologiche nate davanti a un piatto di pollo nel motorhome — memorabile il "trovati il tuo pollo!" gridato da Hill a un Jacques troppo invadente — e un rispetto profondo nato dalla consapevolezza del rischio e dal retaggio comune di figli d'arte.

Il finale di quel 1996 a Suzuka resta l'emblema di una F1 più umana. Quando Hill divenne campione in corsa dopo il ritiro del compagno, visse un paradosso che oggi i sensori renderebbero banale: "Il team mi disse che ero campione prima di finire la gara. Fu quasi un peccato, sapevo già di aver vinto ma dovevo continuare a girare. Chiesi al box se potevo fermarmi, mi risposero di no". Jacques, dal canto suo, confessa un rimpianto che ancora brucia: "Se potessi tornare indietro, a Melbourne '96 avrei rischiato con il motore pur di vincere al debutto. Quella vittoria avrebbe cambiato l'inerzia di tutto il mio campionato".

Trent'anni dopo, il messaggio della "strana coppia" Williams è chiaro: la tecnologia ha reso le auto più veloci, ma forse ha tolto al pilota quel diritto all'errore e alla follia che rendeva ogni vittoria un'impresa leggendaria. Per dirla con Villeneuve, in certi giri a Suzuka "ti sentivi sulla Luna, non eri più sulla Terra". Una sensazione che nessun simulatore potrà mai replicare, ma soprattutto non abbiamo visto con questa nuova generazione di monoposto.

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