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C'è un numero che racconta meglio di mille analisi cosa stia succedendo dentro le station wagon, i pickup e i SUV che ogni mattina riempiono le freeway americane: 4,558 dollari al gallone. Tanto costa oggi un gallone di benzina secondo la rilevazione AAA, contro i 3,154 dollari di appena un anno fa. Il diesel non sta meglio, fermo a soli 14,2 centesimi dal record assoluto di 5,816 dollari. Una stangata che colpisce il portafoglio dei pendolari da San Francisco a Boston, mentre dall'altra parte dell'oceano qualcuno stappa lo champagne.
Quel qualcuno è Shell, che ha appena pubblicato i conti del primo trimestre 2026 e ha visto i suoi utili rettificati schizzare a 6,9 miliardi di dollari, più del doppio dei 3,3 miliardi del quarto trimestre 2025. Una crescita verticale che il CEO Wael Sawan ha attribuito con un certo pudore lessicale alle "senza precedenti turbolenze nei mercati energetici globali". Tradotto fuori dal corporate speak: la guerra con l'Iran scoppiata il 28 febbraio scorso ha fatto impennare il prezzo del greggio, e i giganti del petrolio stanno macinando margini come non accadeva dai tempi dell'invasione russa dell'Ucraina.
Il dato è ancora più impressionante se si guarda alla composizione dei ricavi. L'Upstream, ovvero l'estrazione, ha generato 2,377 miliardi di adjusted earnings grazie a un prezzo realizzato dei liquidi salito da 59 a 72 dollari al barile in un solo trimestre. Anche Chemicals & Products vola a 1,925 miliardi, trainato da un margine globale di raffinazione passato da 14 a 17 dollari al barile. Un combinato disposto che ha generato un EBITDA rettificato di 17,7 miliardi, cifra che pochi player industriali al mondo possono permettersi.
Gli azionisti festeggiano. Shell ha annunciato un programma di riacquisto azioni da 3 miliardi di dollari nei prossimi tre mesi e un incremento del dividendo del 5%, portandolo a 0,3906 dollari per azione. Eppure Wall Street non ha applaudito: il titolo ha chiuso la giornata in calo del 3,39%, segno che il mercato guarda già oltre, alle nuvole nere all'orizzonte. Il colosso ha infatti messo le mani avanti sul Q2 2026, avvertendo che circa il 20% della propria produzione di gas e petrolio si concentra nel Medio Oriente, e mentre gli asset in Oman restano operativi, altrove la situazione si è fatta complicata. La produzione Integrated Gas è prevista in caduta libera, da 909 a una forchetta di 580/640 kboe al giorno.
A trasformare il bilancio trionfale in un boomerang reputazionale ci ha pensato Greenpeace UK, che ha proiettato sul quartier generale londinese di Shell un messaggio durissimo: i profitti della compagnia sarebbero raddoppiati da quando Trump ha avviato quella che gli attivisti definiscono una "guerra illegale" con l'Iran, mentre "migliaia di persone muoiono, una regione intera è destabilizzata e le bollette energetiche vanno alle stelle". L'organizzazione ambientalista ha rilanciato l'etichetta più scomoda possibile, quella di "war profits", e ha chiesto una tassazione straordinaria degli extraprofitti per sostenere le famiglie schiacciate dal costo della vita.
La verità, come spesso accade, sta in mezzo. Il conflitto è esploso solo a fine febbraio, relativamente tardi nel trimestre, ma il prezzo del Brent è schizzato in pochi giorni e non è più sceso. La fotografia che ne esce è quella di un'industria petrolifera che, ogni volta che il mondo trema, vede i propri bilanci espandersi. E mentre l'automobilista del Midwest fa due conti prima di riempire il serbatoio del suo F-150, a Londra si discute di buyback miliardari. Una forbice che, in tempi di campagna elettorale americana, è destinata a far parlare ancora a lungo.
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