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C'è una linea sottile che separa l'ossessione dalla follia, e Kevin Thomas l'ha attraversata in punta di chiave inglese. Nel 2014 era un elettricista qualunque, con un garage qualunque e un progetto che, raccontato al bancone di un pub, avrebbe strappato al massimo una risata di compatimento: mettere insieme una Formula 1 fatta in casa, pezzo dopo pezzo. Dieci anni più tardi, quella stessa monoposto ha messo le ruote in pista. E non per finta.
Tutto comincia con un fallimento eccellente. Alla fine del 2014 la scuderia Caterham abbandona la massima categoria del motorsport lasciando dietro di sé un patrimonio tecnico finito sotto il martello del banditore. Tutto quanto la scuderia aveva accumulato durante la sua avventura iridata viene smembrato e venduto a chiunque avesse qualche migliaio di sterline da investire in un sogno. Thomas non era esattamente il profilo del compratore ideale: niente capitali, niente sponsor, niente rete di contatti nel paddock. Aveva però due cose che il denaro non compra: tempo e pazienza.
Si è limitato a partecipare alle aste meno affollate, aggiudicandosi i lotti che gli altri snobbavano e costruendo lentamente un magazzino di componenti autentici. Il colpo grosso arriva a metà 2015, quando individua una scocca incidentata che era appartenuta alla vettura guidata da Marcus Ericsson. Battuta per soli seimila euro. Da quel momento in poi, ogni difficoltà sarebbe diventata una questione di ingegneria, di tornio e di stampante.
Ciò che non si trovava più in commercio è stato riprodotto sfruttando la stampa 3D, mentre i componenti alla portata di un artigiano paziente sono nati direttamente sul banco di lavoro. L'ala anteriore è stata recuperata in seconda battuta dal mercato dei ricambi e proviene da una Williams, mentre l'intero impianto di scarico è stato ricalcolato e fabbricato da zero per rispettare i parametri imposti dal regolamento tecnico della categoria. Il volante è rimasto invece quello originale, marchiato Caterham.
Il vero ostacolo, quello che avrebbe fatto desistere chiunque, era il motore. Thomas alza la cornetta e chiama Renault. La risposta è cortese ma chirurgica: tre milioni di euro per una power unit. Cifra evidentemente fuori scala per un elettricista con un mutuo da onorare. Sterza allora su Honda, trova un compromesso economicamente sostenibile e porta finalmente la sua creatura allo stadio dell'assemblaggio finale.
Sommando dieci anni di acquisti centellinati, lavorazioni artigianali e componenti recuperati nei posti più improbabili, il bilancio totale si è fermato a 166.000 euro. Una somma che, applicata alla realtà operativa di un team di Formula 1, evapora in una manciata di ore di galleria del vento o in una giornata di sviluppo al simulatore. Eppure, dentro un garage di provincia, quegli stessi soldi sono diventati una monoposto vera, capace di girare in pista e di superare le verifiche di omologazione.
Non si tratta di una replica decorativa, né di un trofeo da esibire in salotto. È una F1 funzionante, che brucia carburante, che si avvita nelle curve come dovrebbe e che produce il rumore giusto. Il confine tra l'appassionato e il costruttore lo ha spostato lui, da solo, lavorando dopo cena e nei weekend. La morale, se ce n'è una, è che certe idee considerate impraticabili sono soltanto idee che nessuno ha mai avuto la pazienza di portare fino in fondo. Thomas quella pazienza l'ha avuta, e oggi ha una Formula 1 parcheggiata dove gli altri tengono il rasaerba.