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Da 50,4 a 34,5 miglia per gallone: è questo il salto all'indietro che l'amministrazione Trump imprime agli standard CAFE, i limiti di efficienza media che ogni costruttore deve rispettare sulle auto vendute negli Stati Uniti. Tradotto in unità europee, l'obiettivo per il 2031 passa da circa 4,7 a circa 6,8 litri ogni 100 km. Quasi un terzo di efficienza in meno richiesta alle flotte.
Le nuove regole sono attese per oggi, lunedì 28 settembre, ma il presidente ha giocato d'anticipo. Secondo Trump, le norme più morbide elimineranno gli «sprechi» nella produzione americana e faranno risparmiare alle famiglie «migliaia di dollari» sull'acquisto di un'auto nuova. Poi la frase che ha fatto il giro del mondo: Stellantis, Ford e GM «vogliono produrre qui, ora potranno farlo». Il presidente ha inoltre rivendicato oltre 100 miliardi di dollari di investimenti nell'industria automobilistica statunitense durante il suo mandato.
La Casa Bianca presenta la misura come lo stop all'obbligo di elettrico voluto da Biden. È una lettura politica più che tecnica: nessuna legge federale ha mai imposto di vendere auto elettriche. I target CAFE però erano così ambiziosi da rendere quasi obbligatorio spingere su ibride ed elettriche per rispettarli.
C'è poi un paradosso. Le multe per chi sfora i limiti erano già state azzerate nel 2025 e gli incentivi federali per le auto a batteria sono scaduti da un anno. La nuova regola, di fatto, mette nero su bianco ciò che nella pratica era già realtà.
Secondo l'amministrazione, i risparmi per i costruttori si tradurranno in prezzi più bassi per le auto nuove. Ma le stesse analisi dell'agenzia federale prevedono più benzina consumata, più spesa alla pompa per gli automobilisti e più emissioni di CO2 nei prossimi decenni. Il tutto mentre il carburante negli Stati Uniti è già tornato caro. Gli ambientalisti parlano apertamente di un regalo alle compagnie petrolifere, e la California, storica avversaria di Washington sul fronte delle emissioni, è pronta a dare battaglia.
Per i costruttori americani la vera vittoria è una sola: continuare a produrre e vendere pickup e SUV, i modelli che garantiscono i margini più alti, senza il fiato delle normative sul collo. Stellantis, con Jeep e Ram prodotte in Nord America e un piano di investimenti negli USA da 13 miliardi di dollari, è il gruppo che ha più da guadagnare. La Borsa se n'è accorta subito, premiando il titolo già in mattinata.
Per chi costruisce in America è un vantaggio netto. Per chi esporta dal Vecchio Continente, invece, restano i dazi e i vincoli europei sulla CO2, per quanto in via di ammorbidimento anche a Bruxelles. Il rischio è un'industria dell'auto divisa in due mondi normativi sempre più lontani, con una tentazione crescente: spostare investimenti e produzione oltre Atlantico.
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