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I pochi chilometri percorsi da Sergio Perez su una monoposto completamente nera a Silverstone potrebbero sembrare poca cosa, ma per la Cadillac il primo filming day della sua storia in Formula 1 ha inevitabilmente un grande significato. “I primi giri in pista segnano il culmine di migliaia di ore di lavoro, guidate dalla pura passione – ha commentato il CEO di Cadillac F1, Dan Towriss -. Graeme (Lowdon, il team principal, ndr), ha svolto un lavoro eccezionale nel mettere insieme una squadra di piloti assoluti che hanno dato tutto per arrivare a questo momento”.
È il primo atto di un progetto molto ambizioso, che ha portato General Motors – la controllante di Cadillac – a schierare un undicesimo team in Formula 1. Checché ne dicano i vertici di Ford, impegnati in un botta e risposta con il top management di Cadillac nel Circus, la loro collaborazione con la Red Bull è decisamente più un’operazione di marketing di quanto non lo sia mettere in piedi una scuderia da zero. Per di più con l’idea di diventare costruttori con una power unit prodotta in-house entro la fine del decennio.
Creare un team da zero è una sfida monumentale. Non è un caso che Audi abbia deciso di prendere una direzione molto diversa, acquisendo il controllo di una realtà già esistente nel contesto di un progetto assai ambizioso, con lo sviluppo di una power unit a Neuburg. Quanto sia difficile non solo approdare in Formula 1 con un nuovo team lo dimostrano i fallimenti di tutte le scuderie approdate sullo schieramento negli anni Dieci. Una delle scuderie che aveva avuto il via libera della FIA per l’ingresso in griglia, la USF1, non ci arrivò nemmeno. E per le altre era solo questione di tempo.
La HRT – il team con cui Daniel Ricciardo debuttò in Formula 1 nel 2011 – non riuscì a sopravvivere più di tre stagioni, senza mai ottenere nemmeno un punto. La Lotus – diventata Caterham dopo una lunga vertenza legale per l’utilizzo del nome originale – inizialmente fu il migliore dei nuovi team, riuscendo nel 2010 e nel 2011 a entrare tra i primi dieci classificati nel mondiale costruttori, ottenendo così un bonus finanziario, per poi arrivare al suo picco nel 2012. Scivolata fuori dalla top ten nel 2013, finì la sua corsa l’anno successivo, con uno stop a partire dal Gran Premio degli USA che si rivelò definitivo dopo un ultimo tentativo di partecipazione ad Abu Dhabi.
L’ultimo dei team a incontrare la sua fine fu la Manor, nel 2016. Era entrata in griglia con il nome Virgin Racing e la spinta del vulcanico Richard Branson, che, dopo aver sponsorizzato la Cenerentola Brawn GP l’anno precedente, voleva un’operazione tutta sua. Si sarebbe stufato di lì a poco, come non avrebbe funzionato l’approccio solo digitale in salsa CFD allo sviluppo della vettura. Diventata nel frattempo Marussia, la scuderia visse due lutti strazianti, di Maria de Villota prima e Jules Bianchi poi. Era stato lui a rendere la Marussia il primo dei nuovi team a cogliere punti in F1, con un nono posto a Monaco nel 2014 che sapeva di speranza.
Quello che successe a Bianchi di lì a pochi mesi è noto. E il team, poi diventato Manor, avrebbe tenuto duro fino al 2016, quando il nono posto di Felipe Nasr in Brasile con la Sauber sferrò il colpo di grazia alla scuderia avversaria, estromettendola dai posti che contavano del mondiale Costruttori e facendola scivolare verso il fallimento. L’ironia della sorte ha voluto che fosse proprio il 2016 l’anno del debutto dell’unica scuderia recente capace di avere longevità, la Haas. Tutto merito di una strategia alternativa, che vide il team sfruttare fornitori terzi per ogni componente per cui questo era consentito dal regolamento.
Creare un team da zero, con un modus operandi ben diverso da quello della Haas, vuol dire mettere in piedi un meccanismo pieno zeppo di ingranaggi, assicurandosi che sia ben oliato anche se è stato appena assemblato. La Cadillac in occasione del Gran Premio di Monza dello scorso anno ha effettuato una vera e propria simulazione virtuale dell’intero weekend di gara in tutte le sfaccettature delle operazioni in pista, arrivando fino alla comunicazione. D’altronde, quello che vediamo sui tracciati del mondo è solo la punta dell’iceberg di quello che accade in un weekend di gara.
Non è un caso che Cadillac abbia deciso di affidarsi a una coppia navigata di piloti come quella costituita da Sergio Perez e Valtteri Bottas. Serve tutta l’esperienza possibile per traghettare un gruppo di nuova formazione in un ambiente ipercompetitivo, con avversari che possono contare su strutture rodate. La Cadillac è destinata con tutta probabilità a essere il fanalino di coda della classifica, a meno che qualche rivale non abbia commesso errori catastrofici nel progetto 2026. Ma con un grande costruttore alle spalle, ci sono margini di miglioramento per il futuro. A patto che al coraggio iniziale faccia seguito la giusta crescita.