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Il Gran Premio d'Austria che andrà in scena questo weekend al Red Bull Ring si preannuncia come una delle sfide più calde e probanti della stagione. Con l’Europa stretta nella morsa di un’ondata di calore, le previsioni a Spielberg parlano chiaro: temperature dell'aria ben oltre i 32°C e un asfalto rovente che supererà agevolmente la barriera dei 50°C. In un tracciato caratterizzato da continue frenate e accelerazioni, la gestione del surriscaldamento non sarà solo una questione tecnica legata alle monoposto, ai motori e agli pneumatici, ma diventerà un fattore critico e logorante per il fisico dei piloti. Il tema del caldo estremo torna così prepotentemente alla ribalta, ricordandoci che dentro l'abitacolo le condizioni possono trasformarsi rapidamente in un inferno di disidratazione e perdita di lucidità.
Non è una novità per la Formula 1, ma la storia recente e passata dimostra quanto il corpo umano possa essere spinto oltre il limite della sopravvivenza sportiva. Il pensiero va immediatamente a uno degli episodi più epici della storia del motorsport: il Gran Premio di Dallas del 1984. Sotto un sole rovente e con temperature dell'aria vicine ai 40°C (e l'asfalto che letteralmente si sgretolava), Nigel Mansell esaurì la benzina della sua Lotus a pochi metri dal traguardo. Spinto da una foga agonistica d'altri tempi, l'inglese scese dalla vettura e cominciò a spingerla a piedi sotto la canicola, crollando a terra svenuto pochi secondi dopo, stremato da uno sforzo disumano in condizioni climatiche folli.
Nigel Mansell, Lotus 95T | GP Fair Park, Dallas 1984.#F1 📸 DPPI pic.twitter.com/P2q1Ft3wjs
— Legendary F1 💎 🏁 (@LegendarysF1) January 2, 2022
Se quell'episodio appartiene a una Formula 1 pionieristica, quasi priva di una reale cultura della preparazione atletica moderna, il Gran Premio del Qatar del 2023 ha dimostrato che nemmeno i piloti super allenati di oggi sono immuni alla morsa del caldo. Quella di Lusail è stata una delle pagine più sofferte del motorsport moderno. Un mix letale di temperature altissime, umidità asfissiante e l'obbligo di correre una gara d'attacco con stint corti imposti per motivi di sicurezza sugli pneumatici ha trasformato la corsa in una tortura. Molteplici piloti sono stati male in pista e subito dopo la bandiera a scacchi: Logan Sargeant è stato costretto al ritiro per una grave disidratazione, il compagno di squadra Alexander Albon è finito al centro medico per un colpo di calore acuto, Lance Stroll è stato soccorso dai medici una volta giunto al parco chiuso, mentre Esteban Ocon ha ammesso di aver vomitato all'interno del casco per diversi giri durante la corsa, continuando a guidare a oltre trecento all'ora solo grazie all'adrenalina.
Le immagini dei piloti esausti, quasi incapaci di uscire dalle proprie monoposto dopo il traguardo in Qatar, hanno rappresentato un punto di non ritorno per lo sport. La Federazione Internazionale è dovuta intervenire con decisione per evitare che la ricerca della performance mettesse a serio rischio la salute dei piloti. Da quell'evento è nata la procedura ufficiale per la dichiarazione di "caldo estremo", accompagnata da precise modifiche ai regolamenti per mitigare le temperature infernali a cui sono sottoposti i piloti, come l'introduzione di appendici e feritoie per incanalare l'aria nell'abitacolo. Soluzioni che proprio in questo fine settimana sulle colline della Stiria potrebbero rivelarsi decisive, mentre l'attenzione normativa resta altissima: proprio in settimana il Consiglio Mondiale della FIA ha ulteriormente affinato la gestione dell'allerta, approvando che le condizioni di caldo estremo siano separate tra gara e Sprint. Una novità burocratica legata a un format che ritroveremo la prossima settimana a Silverstone, dove però la tappa britannica e il tipico clima inglese dovrebbero garantire temperature decisamente più clementi con il paddock e con i fisici dei ventidue protagonisti in pista.
Ma in cosa consiste esattamente questa procedura d'emergenza? Quando la combinazione tra temperatura, umidità e irraggiamento solare supera la soglia critica dell'indice di stress termico, intorno ai 30°C, la direzione di gara fa scattare ufficialmente lo stato di "caldo estremo". A quel punto non si tratta più di una raccomandazione, ma di un obbligo regolamentare: i team sono costretti ad attivare tutte le soluzioni di refrigerazione consentite, tra cui spicca l'adozione di un kit di raffreddamento specifico per l'abbigliamento del pilota. Una vera e propria rivoluzione tecnologica che prevede una speciale maglia intima high-tech, indossata sotto la tuta ignifuga e sviluppata in collaborazione con i partner tecnici della FIA. Questo capo è attraversato da una fitta rete di tubicini in silicone — lunghi quasi 50 metri complessivi — disposti strategicamente attorno al torace e alla schiena. Una volta che il pilota si cala nell'abitacolo, il sistema viene collegato a una centralina di refrigerazione della monoposto che pompa un fluido refrigerante a circuito chiuso, abbassando attivamente la temperatura corporea e creando uno scudo termico vitale contro i 50-60°C percepiti nel cockpit. Se i piloti non utilizzano questo kit, le squadre sono comunque obbligate ad aggiungere una zavorra alla monoposto - di peso pari al sistema di refrigerazione utilizzato - per evitare scompensi in termini di performance rispetto al resto della griglia.