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C'è un paradosso che sta scuotendo Wall Street e le sale di Dearborn: i dazi voluti da Donald Trump per "rimettere in piedi l'industria americana" stanno per restituire miliardi di dollari proprio a quelle case automobilistiche che li avevano pagati. E Ford è in prima fila alla cassa.
Il gruppo dell'Ovale Blu ha comunicato mercoledì di aspettarsi un rimborso da 1,3 miliardi di dollari dal governo federale, somma versata tra marzo 2025 e febbraio 2026 in applicazione di tariffe poi dichiarate illegittime. Una cifra talmente rilevante da spingere il CFO Sherry House ad alzare la guidance annuale di 500 milioni di dollari, attribuendo la revisione proprio a questo "bonus" inatteso.
A febbraio la Corte Suprema ha bocciato i dazi imposti dall'amministrazione Trump sulla base dell'International Emergency Economic Powers Act, una legge del 1977 nota con l'acronimo IEEPA, ritenendo che il presidente avesse ecceduto i poteri conferiti dalla norma. Una decisione storica che ha aperto la strada a una restituzione mastodontica: secondo le stime, il tesoro USA potrebbe dover restituire fino a 166 miliardi di dollari complessivi agli importatori che hanno pagato quelle tariffe.
Il 20 aprile il governo federale ha attivato il portale CAPE (Consolidated Administration and Processing of Entries), lo sportello digitale attraverso cui le aziende possono presentare le richieste di rimborso. Le procedure non sono però immediate: la Customs and Border Patrol ha già respinto circa il 15% delle domande ricevute, generalmente per errori formali, e i tempi di erogazione oscillano tra 60 e 90 giorni dall'approvazione.
Il gigante di Detroit ha chiuso il primo trimestre 2026 con un utile netto di 2,5 miliardi di dollari su ricavi di 43,3 miliardi, in crescita del 6% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Numeri che già di per sé raccontano una macchina industriale in salute, ma che con l'iniezione una tantum dei rimborsi assumono contorni quasi clamorosi.
C'è però una sfumatura tecnica importante: né Ford né le concorrenti hanno contabilizzato la cifra come free cash flow. Il riconoscimento avverrà solo all'effettivo accredito, mentre per ora si tratta di una posta a bilancio basata sul ragionevole presupposto del recupero, come ha chiarito anche Ernst & Young in un documento consultivo diffuso il mese scorso.
Ford non è sola in questa corsa al rimborso. Sul tavolo ci sono già 2,3 miliardi di dollari di crediti dichiarati dai principali costruttori:
General Motors punta a recuperare 500 milioni di dollari, anche se nello stesso giorno ha avvertito gli azionisti che le tensioni geopolitiche e i rincari delle materie prime aggiungeranno ulteriori 500 milioni ai costi previsti per l'anno. Mercedes-Benz ha iscritto a bilancio una somma ancora non quantificata pubblicamente. Stellantis ha annunciato giovedì un impatto positivo di circa 400 milioni di euro sul primo trimestre, sempre legato ai rimborsi attesi.
Una posizione differente arriva da Wolfsburg: Arno Antlitz, direttore finanziario di Volkswagen, ha gelato gli analisti dicendo che è prematuro parlare di rimborsi. E ha aggiunto un dato che spiega perché tante case stiano comunque combattendo per ogni dollaro: il costo annuo dei dazi per il gruppo tedesco si aggira sui 4 miliardi di euro. Cifre che rendono qualsiasi recupero, anche parziale, una battaglia obbligata.
Qui la vicenda assume un risvolto politico inquietante. In un'intervista alla CNBC della scorsa settimana, Trump ha avvertito che si "ricorderà" delle aziende che decideranno di chiedere il rimborso, senza chiarire cosa intendesse esattamente. Un'ombra che pesa su ogni amministratore delegato chiamato a scegliere tra il dovere fiduciario verso gli azionisti e il rischio di finire nel mirino della Casa Bianca.
Sherry House, CFO di Ford, ha risposto senza giri di parole: la causa legale per ottenere il rimborso è un dovere verso gli azionisti, una mossa difensiva per garantire che il gruppo si metta in fila al momento giusto.
I dazi sono solo un tassello del puzzle che agita Detroit, Stoccarda, Torino e Wolfsburg. Il conflitto in Medio Oriente, riacceso a fine febbraio con i raid statunitensi e israeliani sull'Iran, ha fatto schizzare verso l'alto i costi energetici e delle materie prime. GM stima che soltanto questa voce peserà per mezzo miliardo aggiuntivo sui conti annuali.
Il quadro che emerge è quello di un'industria automobilistica costretta a navigare tra acque contrastanti: da un lato l'inattesa boccata d'ossigeno dei rimborsi, dall'altro l'inflazione strutturale dei costi e l'incertezza geopolitica. E sullo sfondo, il rischio che la politica torni a battere i pugni sul tavolo, trasformando una vittoria legale in una potenziale partita politica tutta da giocare.
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