Undici stipendi per una macchina nuova: il conto che blocca l'Italia

Undici stipendi per una macchina nuova: il conto che blocca l'Italia
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Erano cinque nel 2000, oggi servono undici mensilità per portarsi a casa una vettura: il 59% degli italiani ha rinviato l'acquisto, e il noleggio diventa la nuova via d'uscita
25 giugno 2026

Comprare un'auto è diventato un lusso che molti italiani non possono più permettersi senza pensarci due volte. Lo dice senza mezzi termini l'indagine Bain-ANIASA 2026 sulla mobilità: oggi per portarsi a casa una vettura servono in media undici mensilità di stipendio, più del doppio rispetto alle cinque che bastavano nel 2000. Un'impennata che racconta meglio di qualsiasi statistica il cortocircuito tra ciò di cui le famiglie hanno bisogno e ciò che riescono effettivamente a pagare.

L'auto resta al centro, il portafoglio no

Il dato curioso è che gli italiani non hanno smesso di amare le quattro ruote. Tutt'altro. Il 76% del campione continua a usare l'automobile ogni giorno, lasciando indietro il trasporto pubblico (52%) e lo scooter (50%). Lo sharing e la mobilità leggera restano comparse occasionali, soluzioni di nicchia che non scalfiscono il primato della vettura privata, soprattutto fuori dalle grandi città dove l'auto rimane spesso l'unica risposta concreta a lavoro, famiglia e commissioni.

Eppure questa centralità non si trasforma più in acquisti. Quasi sei italiani su dieci, il 59%, dichiarano di aver rimandato il cambio auto o di non averlo nemmeno preso in considerazione. Uno su dieci ha addirittura alzato bandiera bianca, rinunciando del tutto. Non è disamore verso la macchina, è la fotografia di un mercato diventato improvvisamente più cauto, più selettivo, più difficile da convincere.

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Il vero ostacolo è economico

A frenare gli acquisti è soprattutto la paura del futuro. Il 36% degli intervistati indica l'incertezza sul reddito come motivo principale del rinvio, mentre il 25% preferisce restare alla finestra in attesa di prezzi più morbidi e offerte più sostenibili. Le condizioni per tornare a valutare l'acquisto sono chiare e quasi unanimi: incentivi pubblici (30%), sconti sui listini (26%) e maggiore flessibilità finanziaria (12%). Un messaggio diretto all'industria, che non può più contare soltanto sull'innovazione tecnologica ma deve fare i conti con il bilancio reale delle famiglie.

Una forbice che si allarga da oltre dieci anni

Il problema non è esploso all'improvviso, si è sedimentato lentamente. Dal 2013 a oggi il prezzo medio delle automobili è salito del 52%, mentre i redditi familiari hanno arrancato fermandosi a un più 29%. Una forbice che si è divaricata anno dopo anno, alimentata da inflazione, crisi delle catene di fornitura post pandemia, carenza di semiconduttori e dotazioni di sicurezza sempre più ricche. A questo si è aggiunto lo slittamento delle gamme verso i segmenti alti, con i SUV ormai protagonisti assoluti e le utilitarie compatte ridotte a una presenza marginale.

C'è anche una responsabilità strategica dei costruttori. Per assorbire l'aumento dei costi industriali e finanziare la transizione elettrica, molti marchi hanno puntato sui modelli a maggiore margine, sacrificando proprio la fascia accessibile. Una scelta che ha protetto i bilanci aziendali ma ha lasciato scoperta una domanda enorme e insoddisfatta: famiglie che vorrebbero comprare, ma non trovano un'auto compatibile con quello che guadagnano.

L'elettrico e il muro del prezzo

Sul fronte della mobilità a batteria il quadro si complica ulteriormente. Il primo freno all'acquisto di un'auto elettrificata resta il costo percepito, citato dal 51% degli intervistati. Seguono le infrastrutture di ricarica (28%), mentre solo il 7% rivendica un attaccamento affettivo o abitudinario alle motorizzazioni tradizionali. La transizione, insomma, non è soltanto una questione di autonomia o di colonnine: il primo filtro che ferma il consumatore è sempre il prezzo d'ingresso.

E qui emerge una spaccatura territoriale che fa riflettere. Le regioni con il PIL pro capite più elevato, Lombardia e Veneto in testa, mostrano la maggiore diffusione di veicoli elettrificati. Un segnale che, senza strumenti capaci di colmare il divario economico, rischia di trasformare l'elettrico in un fenomeno delle aree più ricche, lasciando indietro intere fette di Paese.

Il noleggio come via d'uscita

In questo scenario guadagna terreno un'alternativa alla proprietà classica. ANIASA indica il noleggio come la risposta più immediata alla domanda di costi certi e programmabili, una formula che non riguarda più soltanto le aziende e le flotte ma può conquistare anche i privati. In una fase in cui assicurazione, manutenzione, svalutazione e finanziamento pesano sempre di più sulla decisione finale, sapere in anticipo quanto si spenderà ogni mese diventa un valore concreto. Per gli operatori della mobilità si apre uno spazio enorme, a patto di rendere l'offerta semplice, trasparente e davvero competitiva rispetto al possesso.

Il presidente di ANIASA, Italo Folonari, riassume così il momento: gli italiani hanno ancora bisogno dell'auto, ma fanno sempre più fatica a sostenerne i costi di acquisto e gestione, ed è qui che il noleggio può fare la differenza. Sulla stessa lunghezza d'onda Gianluca Di Loreto, partner di Bain & Company e responsabile automotive per l'Italia, che legge il rinvio non come disinteresse ma come una reazione razionale di fronte a incertezza economica e a un'offerta poco accessibile.

La sfida vera per i costruttori

Il messaggio che arriva all'industria è netto. La partita del futuro non si gioca soltanto su software, batterie e nuove piattaforme, ma sulla capacità di riportare l'auto nuova dentro una soglia di spesa sostenibile per una platea ampia di famiglie. Senza modelli più accessibili, formule finanziarie flessibili e una politica industriale coerente, lo scenario è già scritto: un mercato più piccolo, un parco circolante sempre più vecchio e una transizione tecnologica destinata a includere solo chi può permettersela. L'auto resta indispensabile. Il problema è che, per troppi italiani, sta diventando un sogno da rimandare.

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