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Le normative attualmente in vigore prevedono che dal gennaio 2035 il 100% delle nuove auto vendute nel Regno Unito e il 90% nell'Unione Europea debbano essere completamente elettriche. Si tratta, nei fatti, di una legislazione che punta a eliminare la vendita di nuove vetture con motore a combustione entro quella data.
Tuttavia, i numeri raccontano uno scenario ancora molto distante da questi traguardi. Nel corso del 2025, la quota di veicoli elettrici (BEV) venduti si è attestata intorno al 22% nel Regno Unito e appena al 20% in Europa. Percentuali che, secondo il CEO di Volkswagen Thomas Schäfer, rendono gli attuali obiettivi difficilmente raggiungibili nei tempi previsti.
Schäfer ha dichiarato che la legislazione sul phase out dei motori termici al 2035 andrebbe rivista, sottolineando come i costruttori necessitino di tempistiche più realistiche per colmare il divario tra le ambizioni normative e l'effettiva adozione dell'auto elettrica da parte del mercato. Una posizione che non mette in discussione la direzione della transizione energetica, ma piuttosto la velocità con cui le istituzioni chiedono al settore di percorrerla.
In parallelo, un'altra dichiarazione proveniente da Wolfsburg ha acceso il dibattito. In un'intervista rilasciata alla Bild am Sonntag, l'amministratore delegato del Gruppo Volkswagen Oliver Blume ha affermato che la Germania potrebbe trarre insegnamento dal modello di pianificazione economica cinese.
Blume ha evidenziato come la Cina adotti un approccio estremamente strutturato attraverso i cosiddetti piani quinquennali, strumenti con cui Pechino definisce priorità strategiche e obiettivi misurabili per l'intera economia nazionale. Secondo il numero uno di VW, questo sistema garantisce disciplina, impegno e una chiarezza di intenti che merita attenzione.
Il riferimento non è casuale. Il 15° piano quinquennale appena varato dal partito comunista cinese prevede investimenti miliardari in settori come la robotica umanoide e l'intelligenza artificiale, con decine di miliardi di dollari di fondi statali già stanziati. Un'ambizione che si traduce in una capacità produttiva e competitiva crescente, come dimostrano i numeri del settore automotive: nella prima metà del 2025, la produzione automobilistica cinese è cresciuta del 12%, sfiorando i 13 milioni di veicoli.
Le parole di Blume si inseriscono in un momento particolarmente delicato per il Gruppo Volkswagen. Gli utili netti del 2025 sono calati di quasi la metà, attestandosi a 6,9 miliardi di euro, un livello che il gruppo non toccava dall'epoca dello scandalo sulle emissioni diesel.
La situazione appare ancora più critica guardando alla controllata Porsche, il cui utile operativo si è ridotto del 98%, fermandosi a soli 90 milioni di euro, complice l'interruzione della transizione elettrica a causa della domanda insufficiente.
Tra i fattori principali di questa compressione dei margini figurano i dazi statunitensi, le opportunità mancate sul mercato EV e la concorrenza sempre più aggressiva dei costruttori cinesi come BYD e Geely, che hanno progressivamente eroso la quota di mercato di Volkswagen proprio nel Paese asiatico.
Per fronteggiare la situazione, Blume ha annunciato un taglio di 50.000 posti di lavoro entro il 2030 e un piano di risparmio che punta a ridurre i costi di oltre 6 miliardi di euro all'anno. Contestualmente, il gruppo ha avviato quella che definisce la campagna di prodotti più vasta della propria storia in Cina, con oltre 30 nuovi modelli previsti entro il 2027 in collaborazione con partner locali.
L'elogio di Blume verso la pianificazione economica cinese non è privo di sfumature. Il boom economico della Repubblica Popolare si è retto su massicci investimenti pubblici in infrastrutture e produzione, come evidenziato anche dalla Banca Centrale Europea, ma è stato reso possibile anche da politiche sociali estremamente rigide, tra cui la storica politica del figlio unico.
Inoltre, il controllo cinese sulle terre rare, materie prime essenziali per l'industria tecnologica e automotive globale, rappresenta un elemento di forte dipendenza per l'intero comparto manifatturiero occidentale. Le case automobilistiche tedesche ne hanno avuto esperienza diretta con le carenze di approvvigionamento registrate nel recente passato.
Blume ha rivolto un appello diretto al governo del cancelliere Friedrich Merz, chiedendo rapidità decisionale e piani di attuazione concreti. La richiesta è quella di una politica industriale capace di definire obiettivi chiari, responsabilità precise e tempistiche verificabili, con un alto grado di trasparenza sui progressi compiuti.
Una posizione che riflette le difficoltà di un intero settore chiamato a gestire contemporaneamente la transizione elettrica, la rivoluzione del software automotive, la competizione globale e le tensioni commerciali tra le grandi potenze economiche. Per Volkswagen, il 2026 si configura come un anno decisivo: le scelte compiute oggi determineranno se il gruppo riuscirà a mantenere la propria rilevanza in un mercato che cambia a una velocità senza precedenti.
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