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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrà anche essere il più convinto sostenitore dei combustibili fossili della storia recente, ma l'eredità più duratura della guerra contro l'Iran potrebbe essere esattamente l'opposto di ciò che il leader americano si aspetta: un'accelerazione brutale e irreversibile della transizione energetica, soprattutto in Asia.
Da quando il conflitto aereo condotto da Stati Uniti e Israele contro l'Iran è iniziato il 28 febbraio, la regione più popolosa e a più rapida crescita del pianeta sta pagando un conto salatissimo. Lo Stretto di Hormuz, quel corridoio strettissimo attraverso cui transitano normalmente circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati diretti principalmente verso l'Asia, è di fatto bloccato. E le conseguenze sono devastanti.
In Australia il prezzo di un litro di diesel ha toccato massimi storici intorno ai 3 dollari australiani (circa 2,09 dollari USA), con un balzo del 36% dall'inizio delle ostilità. In Giappone la benzina è salita del 18%. I Paesi che controllano i prezzi con meccanismi di sussidio stanno iniziando a fare i conti con un problema ancora più grave: la disponibilità stessa del carburante sta venendo meno, perché le raffinerie asiatiche faticano a trovare greggio da lavorare.
I numeri raccontano una storia cruda. Il Brent, il riferimento globale per il prezzo del greggio, ha guadagnato circa il 42% dall'inizio del conflitto, portandosi intorno ai 103,78 dollari al barile. Ma è sul fronte dei prodotti raffinati che la situazione esplode letteralmente. Il gasoil di Singapore, l'indicatore di riferimento per il diesel in Asia, è schizzato del 104% dal 27 febbraio fino a 186,43 dollari al barile. La benzina ha fatto quasi altrettanto: +91%, toccando il record assoluto di 151,60 dollari al barile.
Questi rincari non hanno ancora finito di scaricarsi sui consumatori. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, la pressione sui portafogli delle famiglie asiatiche è destinata ad aumentare ulteriormente, con il rischio concreto di razionamenti che renderebbe la situazione ancora più esplosiva.
Ed è qui che la storia prende una piega inaspettata. Le impennate dei prezzi del carburante e la paura di restare a secco stanno facendo quello che anni di incentivi governativi e campagne ambientaliste non erano riusciti a fare con la stessa forza: convincere milioni di consumatori che forse è il momento di passare all'elettrico.
Le auto elettriche (EV) e le ibride plug-in (PHEV), così come le moto elettriche, stanno guadagnando terreno in tutta l'Asia, spinte dalla crescente competitività dei modelli cinesi e da incentivi statali che ne abbassano il costo d'acquisto. La Cina guida la carica con numeri impressionanti: nel 2024 le vendite di EV e PHEV hanno raggiunto circa 12 milioni di unità, superando per la prima volta il 50% della quota sulle vendite totali di veicoli nuovi. Quest'anno la percentuale potrebbe avvicinarsi al 60%. Ma è fuori dalla Cina che si nasconde il potenziale di crescita più significativo.
L'Australia è un caso emblematico. Le vendite di EV e PHEV hanno toccato il record nel 2025 con il 12,7% del mercato, trainate dalla crescente competitività dei modelli e da un vantaggio unico: oltre un terzo delle famiglie possiede già un impianto fotovoltaico sul tetto, il che significa ricaricare l'auto a costo quasi zero. La domanda chiave è quanto profondamente questa crisi dei carburanti cambierà le abitudini d'acquisto nel lungo periodo.
Negli Stati Uniti la benzina ha raggiunto i 3,96 dollari al gallone, a un soffio dalla soglia dei 4 dollari che secondo BloombergNEF segna il punto in cui il costo totale di possesso di un'EV diventa inferiore a quello di un'auto tradizionale. Non è una novità: durante la guerra in Ucraina nel 2022, le vendite di EV negli USA erano cresciute del 69% in un trimestre. Chi guida un'auto elettrica è di fatto isolato dalla volatilità dei prezzi energetici, e oggi le EV sono più accessibili che mai: il sovrapprezzo sul nuovo è sceso al minimo storico di 6.532 dollari secondo Cox Automotive, e nell'usato il divario è di appena 1.334 dollari.
Resta un paradosso: le famiglie a basso reddito, quelle che spendono di più in carburante, sono anche le meno in grado di passare all'elettrico. Per loro le ibride tradizionali, più efficienti del 25-45%, restano l'alternativa più realistica.
Sul piano globale, però, la direzione è tracciata. Secondo il think tank Ember, le auto elettriche già sostituiscono 1,7 milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 70% della produzione iraniana. La vera partita si giocherà sulle politiche nazionali: gli Stati Uniti di Trump, che hanno smantellato parte degli incentivi dell'Inflation Reduction Act, non sembrano voler guidare la corsa. Ma quando la politica non offre risposte, sono i consumatori a cercarsele da soli.
E quella risposta, oggi, ha sempre più spesso una presa di ricarica invece di un bocchettone del carburante.
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