Motore a idrogeno tedesco oltre il 60% di efficienza: ecco perché batte il diesel sul suo terreno

Motore a idrogeno tedesco oltre il 60% di efficienza: ecco perché batte il diesel sul suo terreno
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A Magdeburgo l'Argon Power Cycle ridisegna il motore a combustione interna: ciclo chiuso, zero scarico, zero NOx. Dietro il numero che impressiona, una scelta termodinamica precisa. Analisi del progetto e delle sue prospettive industriali.
27 maggio 2026

Per oltre un secolo il motore a combustione interna ha vissuto sotto un soffitto invisibile, quello imposto dal secondo principio della termodinamica e dalla composizione dell'aria che respiriamo. Anche i diesel più sofisticati oggi in circolazione si fermano in una forchetta compresa tra il 40 e il 50 percento di rendimento termico, mentre un buon motore a benzina fatica a superare il 40, anche se recentementi i produttori cinesi sono riusciti a toccare rendimenti intorno al 48%.

Un gruppo di ricerca dell'Università Otto-von-Guericke di Magdeburgo, guidato dal professor Hermann Rottengruber del Istituto IEPS, sostiene di aver scavalcato quel soffitto. Non con un trucco software o con un'ottimizzazione marginale, ma riscrivendo l'architettura stessa del ciclo termodinamico. Il risultato si chiama Argon Power Cycle, raggiunge un'efficienza superiore al 60 percento e promette potenze paragonabili a un diesel pesante. Senza tubo di scarico.

Motore a idrogeno
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Il trucco non è solo l'idrogeno, è il gas che lo accompagna

Per capire dove nasce quel 60 percento bisogna dimenticare l'aria. In un motore convenzionale, l'azoto rappresenta circa il 78 percento di ciò che entra nel cilindro. È un peso morto termodinamico: non partecipa alla combustione, assorbe calore dalla reazione e, alle alte temperature dentro la camera, si combina con l'ossigeno producendo ossidi di azoto (NOx), gli inquinanti che da anni mettono i diesel nel mirino della normativa europea.

Il team di Magdeburgo elimina l'aria dall'equazione. Nella camera di combustione entrano tre soli ingredienti: idrogeno, che fornisce energia, ossigeno puro, che ne consente la reazione, e argon, un gas nobile monoatomico che funziona da gas di lavoro inerte.

La scelta dell'argon non è estetica, è chirurgica. Essendo monoatomico, possiede un indice adiabatico pari a circa 5/3, contro il 7/5 dell'azoto biatomico. Tradotto, vuol dire che a parità di compressione l'argon raggiunge temperature di picco più elevate e restituisce più lavoro durante l'espansione. È matematica del ciclo Otto applicata con un gas che la natura ha disegnato apposta per essere efficiente sotto compressione.

Bonus non trascurabile: con zero azoto a bordo, la formazione di NOx viene tagliata alla radice. Non serve catalizzatore SCR, non serve sistema di iniezione di urea, non serve filtro antiparticolato. La chimica del problema viene semplicemente azzerata.

Il ciclo chiuso: perché qui non esiste un tubo di scarico

L'altra rottura concettuale è il circuito chiuso. Un motore tradizionale è una macchina aperta: aspira, comprime, brucia, espelle. Ogni ciclo lavora con gas freschi e butta via gas caldi.

Nel concept tedesco la maggior parte della miscela resta dentro il sistema dopo il punto morto inferiore. I gas vengono raffreddati attraverso uno scambiatore, l'acqua prodotta dalla reazione viene condensata e separata, l'idrogeno residuo recuperato e ricondotto nel circuito, e la miscela rientra nel cilindro per il ciclo successivo.

È, di fatto, un motore che respira sempre lo stesso fiato. Il vantaggio non è solo ambientale, è anche termodinamico: lavorare con un gas già controllato in composizione e temperatura riduce le perdite associate al ricambio dei gas e permette di mantenere condizioni di combustione stechiometrica controllata ciclo dopo ciclo.

Il progetto, condotto in collaborazione con WTZ e finanziato dal Ministero federale tedesco dell'Economia e dell'Energia, è stato validato sia su banco prova con motori monocilindrici sperimentali, sia attraverso simulazioni CFD dettagliate.

Professore Rottengruber con il motore sperimentale
Professore Rottengruber con il motore sperimentale

Dove può davvero atterrare questa tecnologia

Rottengruber è stato esplicito su un punto: non stiamo parlando della prossima city car. Le applicazioni sono altre, e sono proprio quelle dove la batteria mostra il fianco.

Pensiamo al trasporto navale, alle macchine da cantiere, ai grandi trattori, ai radlader, ai camion da lungo raggio, ai gruppi elettrogeni stazionari. Settori dove un pacco batteria diventa o impossibile per peso o insostenibile per tempi di ricarica e infrastruttura. Qui un motore che combina potenza da diesel, efficienza superiore di quindici punti percentuali e zero emissioni dirette ha un appeal commerciale concreto.

Non è un caso che, secondo lo stesso Rottengruber, i principali costruttori di propulsori marini abbiano già manifestato forte interesse. Il settore navale ha scadenze normative al 2050 che oggi nessuna tecnologia mainstream copre davvero, e il ciclo argon offre una via che non passa per ammoniaca, metanolo o batterie da centinaia di tonnellate.

I problemi che restano sul tavolo

Il motore non è pronto per la produzione, e gli stessi ingegneri di Magdeburgo lo dicono apertamente. I nodi tecnici aperti sono tre, e meritano onestà ingegneristica.

Il primo è la densità di potenza. La quantità di idrogeno iniettabile per ciclo è limitata dalla geometria della camera e dalla cinetica della combustione, il che oggi tiene la potenza specifica sotto i livelli teorici raggiungibili. È un problema di ingegnerizzazione, non di principio.

Il secondo è l'accumulo di anidride carbonica nel circuito chiuso. La CO2 non viene dalla combustione dell'idrogeno, ma dalla combustione parziale dell'olio lubrificante che inevitabilmente trafila attraverso le fasce elastiche. In un sistema aperto la CO2 esce con i gas di scarico. Qui si accumula, e va estratta da un sottosistema dedicato.

Il terzo è economico e logistico: l'argon. Oggi è già usato in metallurgia, saldatura, semiconduttori ed elettronica. Estenderne l'uso al trasporto pesante su larga scala porrebbe questioni di approvvigionamento e prezzo che vanno valutate caso per caso. Va detto che, trattandosi di un circuito chiuso, l'argon non viene consumato: viene caricato una volta e rimane nel motore, salvo perdite. Il costo è quindi iniziale, non operativo.

Vale la pena? La risposta economica

Sul piano dei costi industriali, Rottengruber sostiene che il sistema chiuso, una volta a regime, possa risultare più economico di un motore a combustione di idrogeno tradizionale. Sembra controintuitivo dato il maggior numero di componenti, ma il ragionamento regge: niente sistema di post-trattamento dei gas, niente catalizzatori complessi, niente DPF, e un'efficienza così alta da ammortizzare velocemente il sovra-costo costruttivo.

Resta da capire quanto e quando questa tecnologia uscirà dai laboratori. La strada per portarla in produzione di serie passa da almeno una generazione di prototipi multicilindrici, da un consolidamento dei sistemi di gestione della CO2 di trafilaggio, e dalla creazione di una filiera dell'idrogeno verde che oggi è ancora un cantiere aperto in tutta Europa.

Quello che è certo è che il motore a combustione interna non è ancora un capitolo chiuso. È solo un capitolo che ha smesso di essere scritto con le stesse parole degli ultimi cento anni.

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