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Il dibattito sul Made in EU si accende e questa volta a far sentire la propria voce è uno dei colossi mondiali dell'automotive. Toyota non ci sta e contesta apertamente l'impostazione attuale dei requisiti fissati dall'Industrial Accelerator Act, il regolamento con cui Bruxelles vuole blindare la produzione automobilistica europea. Dal palco di un congresso organizzato da Automotive News Europe, Yoshihiro Nakata, presidente e CEO della filiale europea del costruttore giapponese, ha messo nero su bianco una posizione tanto chiara quanto scomoda: chiudere le porte a Giappone, Regno Unito e Turchia potrebbe rivelarsi un boomerang per l'intera industria continentale.
l ragionamento di Nakata parte da un presupposto condiviso: gli obiettivi del nuovo regolamento sono giusti e Toyota li sostiene. Il problema, semmai, è il perimetro. Secondo il manager, la forza dell'industria europea nasce anche dal contributo di partner internazionali consolidati, realtà che da decenni investono nel Vecchio Continente, creano posti di lavoro e alimentano il trasferimento tecnologico. Tagliarle fuori dai criteri di ammissibilità significherebbe compromettere proprio quegli investimenti e quella occupazione che l'Europa dice di voler proteggere, riducendo al tempo stesso la massa critica regionale indispensabile per reggere il confronto con i giganti globali.
"Riteniamo che alcuni partner strategici, come ad esempio Regno Unito, Giappone e Turchia, debbano essere riconosciuti allo stesso modo nel Made in EU. La resilienza dell'Europa si fonda non solo sulla produzione locale, ma anche sulla collaborazione con i partner per creare economie di scala regionali e un successo condiviso. Lavorando insieme, siamo tutti più forti", ha dichiarato Nakata. Un messaggio che suona come un avvertimento: mentre l'Ue discute di paletti e requisiti, le regioni concorrenti corrono. E ogni ritardo rischia di pesare come un macigno sulla competitività europea.
L'intervento del manager giapponese non si è fermato al Made in EU. Nakata ha colto l'occasione per ribadire la filosofia del marchio sui regolamenti comunitari per il taglio delle emissioni e sul pacchetto Automotive: la decarbonizzazione deve seguire un approccio tecnologicamente neutrale e articolato su più percorsi, capace di rispecchiare la domanda reale dei clienti senza perdere di vista la tutela ambientale. La transizione, in altre parole, ha bisogno di flessibilità per adattarsi a un mercato ancora incerto, pur restando fedele all'obiettivo finale.
Per Toyota la partita non si gioca soltanto sui veicoli elettrici e su quelli a celle di combustibile. Un ruolo strategico spetta agli ibridi plug-in, considerati una tecnologia pragmatica e vantaggiosa per accompagnare il mercato verso la svolta, e ai carburanti rinnovabili, che Nakata definisce un fattore chiave: riducono in modo significativo le emissioni di carbonio, rafforzano il know how tecnologico europeo e garantiscono resilienza energetica di fronte alle incognite legate all'approvvigionamento di combustibili fossili.
Ultimo capitolo, ma non per importanza, le infrastrutture. Il numero uno di Toyota Europe ha sollecitato un'applicazione rigorosa del regolamento AFIR, con un occhio di riguardo agli impegni sulle stazioni di rifornimento di idrogeno, decisive soprattutto per il trasporto pesante. Il messaggio complessivo che arriva da Toyota è insomma una sintesi in tre parole d'ordine: partnership inclusive, neutralità tecnologica e pragmatismo normativo. Solo così, secondo il costruttore giapponese, l'industria automobilistica europea potrà restare competitiva, resiliente e decarbonizzata in uno scenario globale che non aspetta nessuno.
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