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Le auto cinesi guardano con crescente interesse al mercato Usa, e questo nonostante le barriere commerciali e politiche costruite negli ultimi anni dagli Stati Uniti per arginare l’avanzata della Cina nell’automotive elettrico.
Oggi Pechino domina per scala e prezzi: gruppi come BYD vendono in patria modelli elettrici a circa 8.000 dollari, frutto di sovraccapacità produttiva e guerra dei prezzi. Eppure gli Stati Uniti restano il più grande mercato mondiale per veicoli importati e, soprattutto, uno sbocco troppo importante per essere ignorato.
Finora a bloccare l’ingresso diretto delle auto cinesi sono stati i dazi al 100% introdotti durante l’amministrazione Biden (confermatissimi da Donald Trump) e le nuove norme sui veicoli connessi, che vietano la vendita di modelli dotati di software e hardware di origine cinese entro il 2029. Misure che intrecciano sicurezza nazionale, tecnologia e politica industriale, ma che non stanno spegnendo le ambizioni di Pechino. Ma qualcosa potrebbe presto cambiare...
Secondo quanto riportato da Channel NewsAsia, la “fortezza” americana non sarebbe più così impenetrabile. Un primo varco potrebbe arrivare dal Canada, che a gennaio ha annunciato un accordo con la Cina per consentire l’ingresso di 49.000 auto elettriche cinesi l’anno con un dazio ridotto al 6,1%, rispetto al precedente 100%.
In cambio, Pechino taglierà le tariffe su prodotti agricoli canadesi come l’olio di canola. Come ha evidenziato la Bbc, l’intesa segna una “ricalibrazione” dei rapporti di Ottawa con la Cina, maturata anche alla luce delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti. I numeri sono significativi: le 49.000 vetture equivalgono a circa il 3% del mercato canadese dell’auto nuova e a quasi il 20% del segmento elettrico e plug-in hybrid.
Ottawa punta inoltre a joint venture industriali per rilanciare una produzione automobilistica scesa da 3 milioni di veicoli nel 2000 a circa 1,3 milioni nel 2025. In un Nord America dove la filiera è storicamente integrata tra Stati Uniti, Canada e Messico, questa apertura alle auto cinesi ha un peso non solo commerciale ma anche (e soprattutto) strategico.
Lo scenario si complica ulteriormente se si guarda alle mosse delle case automobilistiche. Geely, per esempio, ha annunciato l’intenzione di entrare nel mercato Usa entro 2-3 anni e potrebbe sfruttare uno stabilimento americano di Volvo Cars, controllata proprio dal gruppo cinese. Intanto Ford Motor ha rafforzato la cooperazione tecnologica con la Cina attraverso la partnership con CATL per produrre batterie a basso costo in Michigan, mentre indiscrezioni parlano anche di contatti preliminari con Xiaomi, nuovo protagonista dell’auto elettrica.
Sullo sfondo, gli EV rappresentano ancora meno dell’8% delle vendite di auto nuove negli Stati Uniti, ma la Cina produce oltre il 70% dei veicoli elettrici globali. La domanda chiave è in sostanza la seguente: gli Stati Uniti sceglieranno di mantenere chiuso il loro mercato alle auto cinesi o, per attrarre investimenti e posti di lavoro, accetteranno una produzione “made in America” ma con capitale e tecnologia cinese? In questa partita tra Stati Uniti e Cina, il Canada (più del Messico) potrebbe diventare il ponte decisivo per ridefinire gli equilibri dell’automotive nordamericano.