Auto cinesi col bollino "Made in Europe"? La regola del 70 che fa tremare Bruxelles

Auto cinesi col bollino "Made in Europe"? La regola del 70 che fa tremare Bruxelles
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Volkswagen, Stellantis e Renault chiedono una definizione netta di auto europea per evitare che le fabbriche del Continente diventino semplici linee di montaggio per pezzi arrivati dall'Asia.
17 giugno 2026

Quando un'auto smette di essere cinese e inizia a essere europea? La domanda sembra una provocazione, invece è diventata uno dei dossier più caldi sul tavolo della Commissione Europea. Il motivo ha un nome e un indirizzo preciso: la Zona Franca di Barcellona, dove Chery ha rilevato l'ex stabilimento Nissan e, in joint venture con la spagnola Ebro EV Motors, ha avviato la produzione di modelli i cui componenti partono in larga parte dalle fabbriche madri in Cina. Per ora si parte dal cosiddetto montaggio per kit, con l'obiettivo di arrivare fino a 150.000 vetture l'anno verso il 2029 grazie a un investimento da 400 milioni di euro. Sulla carta sono auto "europee". Nella sostanza, molto meno.

È questa delocalizzazione al contrario ad aver svegliato i giganti europei. Volkswagen, Stellantis e Renault, che insieme valgono circa il 60% della produzione automobilistica europea, hanno spedito ai membri del Parlamento Europeo una lettera congiunta dal tono inequivocabile: serve una regola semplice, chiara e uguale in tutti i paesi per stabilire cosa significhi davvero Made in Europe. Una presa di posizione comune piuttosto rara tra rivali storici, che lascia intuire quanto la posta in gioco sia alta.

Sede spagnola del Gruppo Chery
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La formula 70:70 e il nodo decisivo della batteria

Il cuore della proposta è una formula facile da ricordare: 70:70. Tradotto, almeno il 70% delle auto vendute nell'Unione dovrebbe ricavare il 70% del proprio valore all'interno dei 27 Stati membri, lungo tutta la filiera che va dalla progettazione all'assemblaggio. Il restante 30% potrebbe arrivare dall'estero senza far perdere alla vettura il diritto di fregiarsi dell'etichetta. L'idea è chirurgica: impedire che gli stabilimenti europei si riducano a semplici punti di assemblaggio finale di pezzi prodotti altrove.

A complicare i conti c'è un componente che pesa quasi quanto tutto il resto: la batteria. Il pacco accumulatori rappresenta intorno alla metà del valore complessivo di un'elettrica. Se le celle arrivano dall'Asia, raggiungere la soglia richiesta diventa quasi impossibile, per quanto pneumatici, interni e montaggio finale siano realizzati in Europa. Non a caso la bozza europea, inserita nel cosiddetto Industrial Accelerator Act, tratta le batterie con regole dedicate e prevede una quota minima di contenuto continentale negli accumulatori. Da qui la corsa alle gigafactory, dalla fabbrica di celle che il Gruppo Volkswagen sviluppa a Sagunto all'impianto che Stellantis progetta con CATL a Saragozza.

Linea di assemblaggio cinese
Linea di assemblaggio cinese

Una filiera spaccata in due

La richiesta di blindare il concetto di produzione locale, però, non mette tutti d'accordo. Costruttori con radici profonde in Europa come Toyota e Jaguar Land Rover guardano con sospetto alla proposta dei tre big. Il motivo è geografico: i loro impianti strategici si trovano spesso appena fuori dai confini comunitari, tra Regno Unito, Turchia e Giappone. Un quadro normativo troppo rigido rischierebbe di trasformare dall'oggi al domani componenti essenziali in pezzi "stranieri".

L'allarme lanciato da chi resta fuori dal recinto è chiaro: un irrigidimento artificiale delle regole spezzerebbe catene logistiche consolidate e, soprattutto, farebbe lievitare i costi delle elettriche e delle ibride compatte. Il responsabile europeo di Toyota ha chiesto un approccio inclusivo, che riconosca anche i partner industriali vicini, mentre Jaguar Land Rover propone di misurare il contributo reale di un costruttore all'economia europea anziché affidarsi a un secco test su dove avviene il montaggio. Sul fronte opposto, l'associazione dei fornitori Clepa difende la soglia del 70% senza sconti, convinta che cedere significhi svuotare le fabbriche del Continente.

Il rischio, ammettono entrambi gli schieramenti, è che il prezzo finale lo paghi il cliente, con auto pulite sempre più care proprio mentre dovrebbero diventare accessibili alla classe media. Bruxelles, per ora, tiene ancora tra parentesi alcune cifre della bozza. Segno che la partita su cosa sia, davvero, un'auto europea è tutt'altro che chiusa.

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