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C'è un dettaglio della normativa Euro 7 che molti automobilisti devono ancora metabolizzare: per la prima volta nella storia della legislazione europea sulle emissioni, i freni entrano nel mirino degli ingegneri come fonte di polveri sottili. Fino a oggi, infatti, l'attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sui gas di scarico, ignorando un fenomeno noto da decenni e tutt'altro che marginale, ovvero l'abrasione delle pastiglie e dei dischi durante la frenata. Una dimenticanza che la nuova Euro 7 intende sanare in modo piuttosto chirurgico, con limiti che entreranno in vigore a fine 2026 per i modelli di nuova omologazione e a fine 2027 per tutte le immatricolazioni.
Le soglie sono ambiziose, al limite del proibitivo per la tecnologia attuale: appena 3 mg/km di particolato per le elettriche e 7 mg/km per tutte le altre motorizzazioni, riferiti a vetture e veicoli commerciali leggeri fino a 3,5 tonnellate. Numeri che un sistema frenante tradizionale, basato sul classico disco in ghisa con pastiglia organica, fatica enormemente a rispettare anche quando viene abbinato a materiali d'attrito di fascia premium. Da qui la corsa alle alternative, che ora porta una notizia interessante dalla Sassonia.
Il consorzio formato da Fraunhofer IWU, dalla cattedra di Fahrzeug system design della TU Chemnitz, da ElringKlinger AG e da ANDRITZ AWEBA GmbH, riunito nel progetto "Ufo-Brems" finanziato dal Ministero federale tedesco dell'Economia, ha sviluppato un disco freno in acciaio inossidabile ottenuto per deformazione plastica anziché per fusione. Una strada che, sulla carta, sembra puntare nella direzione giusta su più fronti contemporaneamente.
La scelta del materiale non è casuale. Il team tecnico ha valutato diverse opzioni prima di orientarsi sull'acciaio inox nitrurato, scartando di volta in volta le alternative. Il carboceramico resta confinato alle supercar a sette zeri per ovvi motivi di costo, le coperture ceramiche applicate sulla ghisa con il laser cladding non sono ancora pronte per la produzione di serie e gli acciai da costruzione tradizionali soffrono trasformazioni microstrutturali oltre i 650 °C, perdendo stabilità dimensionale proprio dove servirebbe maggiore affidabilità. L'acciaio inossidabile trattato termicamente, invece, mette d'accordo proprietà tribologiche e tenuta termica, come del resto dimostra da tempo il mondo delle moto, dove i dischi in inox sono uno standard consolidato.
I dati emersi dal banco prova a masse rotanti dell'università di Chemnitz, dove il sistema ha superato il severo protocollo SAE J2522 (AK-Master), raccontano una storia piuttosto chiara. Abbinato a un materiale d'attrito inorganico, il nuovo disco mostra una riduzione dell'usura superiore all'85% rispetto alla combinazione standard ghisa più pastiglia organica. La vita utile prevista arriva a sfiorare i 300.000 chilometri, una cifra che equivale, per la maggior parte dei conducenti, all'intera esistenza dell'automobile. Tradotto: stiamo parlando di un componente che potrebbe diventare a tutti gli effetti a vita, eliminando alla radice uno degli interventi di manutenzione più frequenti e costosi.
C'è poi un aspetto curioso legato al disegno. Per garantire la stessa forza frenante di un disco in ghisa, gli ingegneri hanno aumentato leggermente il diametro, compensando però con uno spessore ridotto. Il risultato netto è un risparmio di peso che, considerando le quattro ruote, può arrivare a cinque chilogrammi per vettura. Un dato apparentemente modesto, che però agisce su una grandezza tecnica molto sensibile, ovvero le masse non sospese. Meno peso oltre la sospensione significa molle e ammortizzatori più efficaci, una dinamica verticale più pulita e, di riflesso, una guida complessivamente migliore. Senza contare il guadagno marginale sui consumi, che in epoca di omologazioni WLTP non guasta mai.
Si dirà: tutto bello, ma quanto costa? Qui il discorso si fa interessante. Il disco in ghisa è economico solo se si considera il prezzo del singolo pezzo a magazzino. Spostando lo sguardo sull'intero ciclo di vita del veicolo, il quadro cambia in modo radicale. Una bremsscheibe tradizionale può richiedere la sostituzione anche dopo meno di 40.000 chilometri quando entrano in gioco lunghe soste con corrosione da sale antighiaccio, un uso prevalentemente urbano oppure una guida sportiva che genera rigature e abrasione accelerata. Ogni intervento porta con sé non solo il costo dei ricambi, ma soprattutto la manodopera, che in molti casi rappresenta la voce più pesante del preventivo.
In questo scenario, un disco che dura quanto l'auto stessa cambia l'equazione economica per il consumatore finale, anche prima di considerare l'inevitabile premio di prezzo iniziale. Senza dimenticare che, con la Euro 7 alle porte, il problema non sarà più soltanto economico: i costruttori dovranno comunque trovare una soluzione tecnica per stare dentro ai limiti, e le alternative al momento sembrano poche e tutte impegnative.
Sul fronte italiano, Brembo ha messo in campo due risposte all'Euro 7. Per il trasporto pubblico ha sviluppato, all'interno del progetto europeo RE-BREATH del programma LIFE, dischi in ghisa a bassa usura e pastiglie prive di rame che nei test di Bergamo e Bratislava hanno garantito una durata maggiorata del 50% rispetto al primo equipaggiamento e un PM10 ridotto del 10%. Per le vetture, invece il GREENTELL set, basato su un doppio rivestimento senza nickel applicato via Laser Metal Deposition, che secondo l'azienda taglia l'usura del disco fino all'80% e le emissioni di polveri fino al 90%.
Il progetto Ufo-Brems si trova oggi in una fase di prototipazione avanzata, con risultati di banco prova solidi ma ancora lontani dall'industrializzazione su larga scala. Resta da capire chi, fra i grandi gruppi automobilistici, deciderà per primo di adottare questa tecnologia in produzione di serie e con quale strategia di posizionamento. È plausibile che le prime applicazioni arrivino sui modelli elettrici premium, dove la sensibilità al particolato è massima e dove il sovrapprezzo del componente si diluisce meglio nel listino. Ma se la promessa dei 300.000 chilometri verrà confermata anche dalle prove su strada, l'acciaio inox potrebbe smettere di essere una curiosità da motociclisti e diventare lo standard di riferimento per l'intera industria. Una rivoluzione silenziosa, in arrivo proprio mentre la Euro 7 ridisegna le priorità dell'automobile europea.
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