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C'è una domanda che accompagna ogni preventivo di un'auto a batteria, quasi sempre pronunciata a mezza voce: fra cinque o dieci anni, quanti chilometri farò davvero con una ricarica? È un dubbio legittimo, alimentato da un'esperienza che tutti conosciamo, quella del telefono che a due anni dall'acquisto chiede la presa già a metà pomeriggio. E pesa: in Italia le elettriche in agosto si sono fermate al 6,4% di quota di mercato, autoimmatricolazioni dei concessionari comprese, contro una media europea sopra il 20%. Non è solo questione di colonnine o di tempi di ricarica. È anche la paura di comprare qualcosa destinato a deperire.
Primo chiarimento, perché qui si fa parecchia confusione. Quando si parla di degrado della batteria non è la potenza a essere in gioco. Una elettrica di dieci anni accelera come il primo giorno, perché l'intensità di corrente che le celle scambiano con il motore resta pressoché invariata. A calare è la capacità, cioè la riserva di energia che l'auto si porta a bordo, ovvero non perdi spunto, perdi autonomia. Sono due cose diverse, e confonderle è il motivo per cui il tema viene percepito come più drammatico di quanto sia.
I riscontri più solidi arrivano dalle flotte aziendali, che macinano percorrenze enormi in pochi anni e funzionano quindi da laboratorio accelerato. Il campione più ampio porta la firma di Geotab, gruppo canadese specializzato nella telematica per flotte e attivo anche sui mercati statunitense ed europeo, che ha passato al setaccio 22.700 vetture elettriche appartenenti a una ventina di modelli. Il risultato: in media la capacità scende del 2,3% ogni dodici mesi. Una rilevazione precedente, su una base più ristretta, si era fermata all'1,8%, e la differenza viene messa in conto alla ricarica rapida, oggi ben più capillare di qualche anno fa.
Proviamo a portare queste percentuali nella vita reale. A cinque anni dall'immatricolazione siamo intorno al 90% dell'energia disponibile all'origine. A dieci anni si scende verso l'80%. A quindici ci si assesta sul 70%. Un raffronto aiuta a inquadrare il tutto: in Italia l'anzianità media delle vetture in circolazione viaggia ormai oltre i 13 anni. Un'elettrica immatricolata oggi, arrivata a quella soglia, avrebbe ancora tre quarti buoni della propria autonomia. Non esattamente il disastro annunciato.
C'è un dettaglio che rende il quadro ancora più interessante: la perdita non procede a ritmo costante. Lo scivolamento più evidente si concentra nei primi dodici o ventiquattro mesi, poi la curva si appiattisce e si assesta intorno all'1,4% l'anno. È il motivo per cui chi osserva solo la prima stagione di utilizzo tende a costruire proiezioni catastrofiche che i dati non confermano.
Il ritmo riprende a farsi sentire una volta oltrepassata la soglia dei dieci anni. Ma anche qui serve un confronto onesto: pure una vettura a benzina o diesel, a certe percorrenze, entra nella fase delle spese serie, degli interventi rilevanti e dei guasti più frequenti. Nessuna tecnologia è eterna, semplicemente invecchiano in modo diverso.
Le ragioni del degrado sono chimiche e dipendono da fattori molto concreti. Il primo è il clima: le celle patiscono tanto le temperature elevate quanto quelle sotto zero, e passare mesi parcheggiate al sole non aiuta. Il secondo è il modo in cui l'auto viene usata. Un impiego intensivo, fatto di ricariche continue e di soste ripetute alle colonnine oltre i 50 kW, accorcia la vita degli accumulatori.
Poi ci sono le abitudini, quelle che dipendono solo da noi. Meglio non svuotare regolarmente la batteria fino agli ultimi chilometri disponibili, meglio muoversi nella finestra tra il 20 e l'80%, più rapida da percorrere e meno faticosa per le celle, meglio ancora evitare lunghi periodi di sosta con l'indicatore quasi pieno o quasi vuoto. Accorgimenti banali che sui grandi numeri fanno la differenza.
Un ruolo decisivo lo gioca infine il thermal management, l'elettronica che tiene le celle nella finestra termica corretta e le raffredda quando la situazione lo richiede. Le elettriche più evolute vanno oltre e preriscaldano il pacco prima di una sosta alla colonnina veloce, quando la ricarica viene programmata dal navigatore. Non è un dettaglio da scheda tecnica: è una delle differenze reali tra un'auto che invecchia bene e una che invecchia male.
Sul fronte della chimica, nei confronti diretti il litio-ferro-fosfato ha retto meglio del nichel-manganese-cobalto, reggendo un numero superiore di cicli prima di cedere capacità. È un'indicazione utile davanti a una scheda tecnica, non un verdetto assoluto: soste prolungate, frequenza dei rifornimenti veloci e stile di guida pesano quanto e più della composizione delle celle.
E qui arriviamo al punto che il mercato conosce bene e di cui si discute molto meno. Il pericolo per chi compra un'elettrica oggi non è ritrovarsi con una batteria esausta, ma con un'auto tecnologicamente superata. Basta guardare indietro: un modello del 2016 offre prestazioni, autonomia e velocità di ricarica che oggi consideriamo francamente inadeguate. E il ritmo dell'innovazione sta accelerando, non rallentando.
I costruttori cinesi promettono a breve batterie con elettrolita solido al posto del gel attuale, con numeri che ridisegnerebbero l'intera categoria: percorrenze da 800-1.000 chilometri, oppure soste alla presa di otto o dieci minuti con potenze superiori ai 1.000 kW. Se anche solo una parte di queste promesse si concretizzasse, la generazione attuale scivolerebbe in fretta in una zona d'ombra.
La conseguenza non è tecnica ma economica, e si chiama valore residuo. Un mercato che campa anche sulla seconda mano e sulle vetture che escono dai parchi aziendali a fine servizio sa perfettamente quanto la percezione di obsolescenza incida sul prezzo di rivendita. Paradossalmente, quindi, la domanda giusta da porsi in concessionaria non è quanto durerà la batteria. È quanto durerà l'auto prima di sembrare vecchia.
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